Indice
Sentieri repubblicani
Il seme Repubblicano
Giuseppe Mazzini
Giuseppe Garibaldi
L'eredità di Mazzini
Partito Repubblicano Italiano
Il P.R.I. in Parlamento: Gli uomini, i pensieri, le azioni
Randolfo Pacciardi
Casablanca
Pacciardi Parte II
Per una nuova Repubblica
Da Madrid a Madrid
Tutte le pagine

Mani

Sono molteplici le cause che hanno convinto me ed i miei amici ad inserire questo sito, in mezzo ai tanti esistenti,  sull’argomento che più mi sta a cuore; ovvero l’importanza della presenza, nel panorama politico odierno, delle tematiche dei repubblicani italiani.

Governare la Patria,, in cui si vive e si opera, è pratica molto antica. I cavernicoli e gli aborigeni, non ancora “homo sapiens”, avvertendo la necessità concreta del vive assieme, dopo aver dato luogo alla istituzione della “famiglia”, nel cui seno assicurarsi la discendenza, attuarono quanto viene definito con il termine “gruppo”, mettendo assieme vari nuclei familiari, accomunati dal bisogno, appunto comune, di procacciare il cibo e difendersi dalle insidie della natura. L’anziano, più esperto e più avveduto, divenne il capo del gruppo, in quanto l’anarchia, non ancora capita e catalogata tuttavia, faceva nascere confusione e disastri nocivi.

Prima che l’uomo imparasse dalla terra quanto viene tuttora definito “il miracolo dell’agricoltura”, le esigenze primarie obbligarono quei gruppi a spostarsi nel territorio, alla ricerca di animali da cacciare e di frutti da cogliere. Questo modo di vivere, se risolse i problemi della sopravvivenza, provocò d’altro canto dispute e scontri, motivati dalla scarsità di provviste in tempi non buoni o dal naturale desiderio di procurarsi territori prosperi.

Accanto al capo anziano e saggio apparve il giovane guerriero, forte, sano, aitante e solare, il cui carisma e l’abilità dimostrata in battaglia. spronava gli altri giovani della tribù ad imitarne le gesta.

Nacque e si diffuse il concetto del “capo”, del “sovrano” e del “sacerdote”, quest’ultimo con il potere di un presunto controllo sui fenomeni non conosciuti della natura, dal fulmine al vento, dalla irruenza delle acque alla inestricabile presenza di corpi celesti sulle loro teste, sia di giorno che di notte.

Secoli, millenni di epopea del genere umano, colorati molto spesso di rosso per il tanto sangue versato, sia dagli eroi che dalle vittime, che ci hanno portato ad un responsabile della tribù, circondato da una corte di consiglieri e famigli, per diritto di sangue, per volere divino ed infine, scelto dagli altri componenti del gruppo.

Oggi ancora queste tre maniere di assumere il comando di una nazione, coesistono e si integrano. Esistono case regnanti che esercitano il potere esecutivo o di rappresentanza, esistono gerarchie militari che lo mantengono tramite milizie armate, utilizzate anche per soffocare il dissenso, così come esistono, e sono la maggior parte, repubbliche democratiche e popolari, che esercitano il potere esecutivo, di rappresentanza e di fatto, sotto varie forme di rappresentanza.

L’intento che ci siamo prefissi, io ed i miei amici, nel voler realizzare questo sito, è di accompagnare il navigatore internettiano (sia quello che casualmente si imbatte in queste pagine, sia quello che appositamente le viene a cercare) lungo un tracciato logico e consequenziale, utile a far conoscere una storia, un’idea, in tempi come questi, in cui sembra prevalere il concetto che parole come “etica” ed “ideale” non abbiano più valore.

In queste pagine cercherò di spiegare perché l’ideologia, l’etica, i comportamenti dei tanti protagonisti della storia del repubblicanesimo italiano non possono essere dimenticati, ne tanto meno superati.

La domanda, che esige una risposta chiara, è di quelle che hanno fatto in qualche caso la fortuna, e molto spesso la rovina, dei tanti che nel passato hanno tentato di trovare il bandolo della matassa: “ Chi siamo? Da dove veniamo? Dove vogliamo andare?”.

In questi tre interrogativi si racchiude come dentro ad un cerchio, il cui raggio ed il cui perimetro nessuno finora è mai riuscito a calcolare, il destino della umanità intera.

Di contrasto c’è il principio del “carpe diem”, ovvero la possibilità di vivere la propria esistenza ingegnandoci a sfruttare solo e soltanto ciò che viene ritenuto a portata di mano, con il minimo sforzo ed in assenza di cupidigia, far prevalere l’egoismo; trascorrere giorno dopo giorno cercando di risolvere le tante problematiche del quotidiano solo con i mezzi a disposizione, accontentandoci di sbarcare il lunario. Accantonate le ambizioni e la curiosità, chi ritiene valido questo modo di vivere si lascia trascinare dalla corrente del fiume della vita, delegando ad altri gli sforzi necessari per ogni soluzione a qualsivoglia problematica vitale.

Questo sito non vuol essere un trattato di storia, per cui mi torna utile non entrare nel merito degli eventi attraverso i quali l’umanità ha vissuto il progresso dai tempi delle palafitte e delle caverne all’era atomica, ne tanto meno generalizzare le dimensioni geografiche conquistate, da allora ad oggi, che il nostro satellite e molta parte del firmamento continuano ad avere sempre meno segreti.

Nemmeno di letteratura tratterò, dacchè l’ingegno umano ha prodotto nei secoli moltissimi capolavori, ed anche, in misura maggiore, sciatterie e volgarità.

Partirò subito col dire che questo sito avrà un unico argomento; cercherò di percorrere un ideale sentiero, per fornire a me stesso e a chi avrà voglia di seguirmi in questa fatica, risposte a quei tre interrogativi,(chi siamo?, da dove veniamo?, dove vogliamo andare?), nello scosceso versante della politica italiana, tentando di portar acqua al mulino delle ragioni del repubblicanesimo unitario risorgimentale.

Se la curiosità in Voi è ancora abbastanza forte e siete ancora collegati a questo sito sento l’obbligo di spiegarvi che mi sono preso l’incombenza di provarci, spronato da un gruppo di amici fidati,subito dopo gli esiti delle elezioni amministrative del marzo 2010, quando milioni di elettori sono stati chiamati ad eleggere i presidenti di 13 regioni, i relativi consiglieri ed altre decine di consigli provinciali e comunali.

C’è chi ha vinto, c’è chi ha perso, ci sono stati i commenti che da anni vengono pedissequamente riportati dai mass media nazionali e locali…., ci sono i soddisfatti e i soliti bastian contrari….., c’è insomma la solita atmosfera che si respira da molti anni a questa parte.

Ma Il dato più eclatante di tutti, ma non poi tanto inatteso, e la strabiliante astensione dal voto dei cittadini italiani che detengono il diritto di voto.

Questo è il target, per dirla con questo inglesismo efficace, cui è mia intenzione rivolgermi. Astenersi dal voto, cui siamo chiamati dal dovere della democrazia, è fenomeno abbastanza antico, e le motivazioni per cui avviene sono pure molteplici. Bisognerebbe soffermarci al fine di approfondire il concetto di “democrazia”, derivante dal greco antico, che ha il significato ridondante di “governo del popolo”; ritengo di farlo nelle prossime righe, prendendo in esame le varie interpretazioni che nel mondo cosiddetto “all’occidentale” il potere politico ha concretizzato in questi ultimi duecento anni.

Nel 1763 erano già tredici le colonie “autonome” costituite nei territori dell’America del Nord, tra le terre del Messico ed i possedimenti francesi del Canada. Motivi economici, politici ed ambientali, uniti alle esigenze di amalgamare stuoli di persone che provenivano da usi e costumi molto diversi tra loro, sono alla base delle motivazioni della rivolta, che portò alla Dichiarazione di Indipendenza nel 1783, che sarà, come lo è tuttora, la pietra miliare della democrazia moderna.

Al centro di questo documento c’è l’uomo, non certamente inteso solo come maschio ma come essere umano con tutte le sue varianti sessuali e di età, e le sue esigenze per sopravvivere.

Gli echi di quelle vicende sono i prodromi di quella che la Storia riporta come “La Rivoluzione Francese”, che portò tra il 1789 e il 1799, alla fine di una dinastia regnante ed alla affermazione di un dettato di libertà nella fratellanza e nella uguaglianza tra i cittadini di uno stato, limando i privilegi delle caste feudali.

Nei dieci anni di tempo in cui è durata, la Rivoluzione Francese ha attraversato molte fasi, dai sanculotti ai girondini, dai fanatici del “Terrore” all’affermazione del giovane generale Napoleone Bonaparte, il quale, se pur erigendosi a portabandiera dei valori della Rivoluzione, arriverà a costruirci un suo Impero.

E’ nella fase conclusiva di questi due avvenimenti storici che nasce il seme del repubblicanesimo italiano e la reale esigenza di uno stato unitario a Sud delle Alpi.

Il diciottesimo secolo, che è stato quello nel quale hanno vissuto il fenomeno classicheggiante conosciuto con il nome di Arcadia e l’affermato movimento dell’illuminismo, nella penisola italiana influenzò un giovanissimo chierico che si chiamava Melchiorre Gioia.


 

 

Melchiorre GioiaNato a Piacenza nel 1767, Melchiorre Gioia, partecipa al concorso bandito dalla Amministrazione generale della Lombardia nel 1798, avente per tema quale poteva essere il metodo di governo più adatto all’Italia di quel tempo. Melchiorre Gioia è considerato uno tra i più importanti precursori tra i letterati italiani. Della sua vita e delle sue opere non è questa la sede per parlarne, dacchè chi si volesse dedicare a tali interessi il consiglio più utile è quello di proporre una adeguata ricerca internettiana.

Quello che più ci preme è la disamina di questa “dissertazione”, non solo per il premio ricevuto da la nuova istituzione repubblicana cisalpina, nata sulle istanze della non ancora finita rivoluzione francese, ma da noi giudicata fondamentale per le tematiche che ci stanno a cuore. Giuseppe Mazzini è sempre ricordato, giovinetto, tenuto per mano dalla madre Maria Drago, negli angiporti genovesi, incuriosito e impietosito dalla raccolta di denaro fatta dagli esuli reduci della rivolta del 1811 in Piemonte; ma quasi mai l’aneddotica sul maestro del repubblicanesimo mondiale ricorda che una delle prime letture aggiuntive ai testi scolastici è stata proprio “Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia”.

Riteniamo fondamentale che chi legge queste note tenga in buon conto l’epoca in cui fu scritta per dare a questo volumetto il giusto valore. Ai giorni nostri l’opinione pubblica italiana ritiene che molta acqua sia passata sotto i ponti e che le problematiche odierne, quali la salute, il lavoro, l’ambiente, per citare i più importanti, prevalgano sulle questioni risalenti ad oltre duecento anni or sono.

Noi, che abbiamo persino più volte letto con attenzione questo volumetto, possiamo assicurare che le argomentazioni di Melchiorre Gioia sono di una attualità profonda, e le relative analisi e proposte risolutive sarebbe bene che la classe politica italiana del momento le conoscesse e valutasse. Nonostante la Carta Costituzionale del 1948, sulla quale è basata totalmente la democrazia italiana, il Risorgimento con le sue guerre di indipendenza e la monarchia sabauda con molti pregi ed altrettanti difetti, oggi si discute con toni accesi sulle riforme da attuare, di federalismo, di “cesarismo”, di conservatorismo e di revisionismo, con il clero italiano diviso tra coloro che rimpiangono il Papa Re e coloro che giudicano estremamente in positivo la fine del potere temporale del vescovo di Roma. Insomma dieci anni dopo l’anno duemila il “gran problema” pende ancora indeciso se non ineseguito. Saranno ora i fatti all’Italia più benigni? I toni da accesi sempre più diventano liti. L’unità e la democrazia sono gli auspici di ogni buon italiano. Melchiorre Gioia giudicava essere allora solo due le forme più idonee a raggiungere la felicità dell’Italia: l’unità italiana soprattutto, e le forme o quella repubblicana o quella monarchica costituzionale. Una confederazione di più stati, con forme di governo diverse poi, è troppo debole per contrastare le strategie straniere; quella dei sovrani, poi, non è forte che contro i propri sudditi.

Scrive Melchiorre Gioia: “ L’individuo non ha il diritto di decidere la questione che per se, il solo consesso nazionale il potrebbe per tutti. Quando potrà l’Italia esprimere liberamente i suoi voti e darsi quella forma di governo che più le conviene? Quando veramente gli italiani il vorranno. Intanto gli scritti dei buoni possono contribuire ad eccitare codesta volontà, ed a preparare la gran decisione che forse non è lontana…”.

Una tra le tante altre cose che impreziosiscono la biografia del personaggio è che questi, antesignano sostenitore di una repubblica italiana libera, ratta da istituzioni democratiche e soprattutto indivisibile per i suoi vincoli geografici, linguistici, storici e culturali, non sia un cittadino qualsiasi, ma un sacerdote convinto, costretto a rinunciare all’abito talare per le sue idee giacobine e l’ammirazione napoleonica, che gli costerà pure il carcere duro.

Risale al 1997 l’ultima edizione del volumetto che suscita il nostro interesse, edito dal Centro Editoriale Toscano, con la dotta introduzione del professor Salvo Mastellone. Altre edizioni più datate, tra le quali una risalente all’immediato dopo guerra si possono agevolmente trovare presso una qualsivoglia biblioteca pubblica comunale ben fornita e professionalmente adeguato allo scopo.

Di economia, di giustizia sociale, di ambiente, dell’impegno in politica, di sanità, di popolo e di mestieri, tratta Melchiorre Gioia, in modo tale da costituire una vera e propria piattaforma culturale agli approfondimenti necessari a chi vuole discettare di storia e di progresso, di fratellanza, democrazia, uguaglianza e libertà, per un moderno avvenire dell’umanità intera.

Significativo è l’inizio costituito dal primo capoverso del volumetto: “ Il Governo, confidato ai saggi eletti dal popolo, ossia la Repubblica, è l’unica forma del governo in cui fiorisca la libertà; dunque, dimandarsi quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia, cioè a dire ad una grande estensione di terreno sparsa di molte città, coperta di vari popoli, egli è lo stesso che dimandare se debbasi dividere in tante repubbliche isolate e indipendenti, come nell’Italia antica, ovvero in repubbliche confederate, come nell’America, o fissarvi una sola repubblica indivisibile, come al momento in Francia.

Da questa osservazione iniziano una serie di considerazioni che il Gioia approfondisce con un’analisi dettagliata nei minimi particolari, favorendo la forma repubblicana tra le tante forme di Stato, con una impressionante serie di concetti, ancor oggi utili decisamente, nel dibattito istituzionale italiano in primo luogo ed europeo in prospettiva.

Nel tracciare i nostri sentieri repubblicani non possiamo permetterci lo spazio ed il tempo necessario a recensire, come sarebbe utile fare, questa fondamentale opera per il repubblicanesimo italiano. Nell’invitare, chi avesse voglia di farlo, a recarsi in una biblioteca a reperire il volume, chiudiamo citando una delle frasi fondanti di tutto il volumetto:

“ …… mi basta d’avere provato in generale la necessità di separare il corpo legislativo dal potere esecutivo, di unire il corpo legislativo in una sola camera, e finalmente di fissare i limiti della durata dei vari poteri”

 


 

MazziniPer Giuseppe Mazzini l’opera del Gioia fu degna di meritevole attenzione e di approfondimento; dalle riflessioni di questo illustre letterato di fine settecento prenderanno spunto i primi scritti del maestro del repubblicanesimo, negli articoli del Conciliatore e di altri periodici liberali nella seconda e terza decade ottocentesche. Nel 1834 per la prima volta Giuseppe Mazzini cita Melchiorre Gioia in un articolo apparso sul periodico “ Dell’Unità d’Italia” che sarà riportato poi nell’ultimo articolo dello statuto della “Giovine Italia”: “ La questione (è) se l’Italia, emancipata dal barbaro, debba ordinarsi in lega di repubbliche confederate, o costituirsi repubblica una ed indivisibile. In Italia pochi esaminarono la questione a fondo. Melchiorre Gioia toccò, e non certo esaurì,tutti i punti importanti nella dissertazione, e opinò per sistema unitario”.

 

Mazzini è la persona a cui il sentimento unitario d’Italia deve il maggior contributo. La madre, Maria Drago, ed il padre Giacomo, medico e professore di anatomia, lo educarono fin da subito ai sani principi etici del laicismo democratico, sulla base dei quali oggi noi possiamo erudirci per la copiosa produzione del prolifico giornalista, editore, politico e sociologo dell’Italia dell’ottocento.

A leggere le sue opere, le tantissime lettere inviate ai tantissimi interlocutori, molti persone influenti ma tantissima gente comune, traspare anche oggi il fascino particolare di quest’uomo, minuto, debole di costituzione, e pur pieno del più sentito ardore umano.

Se pur politicamente sconfitto dalle astuzie del politico Cavour e dalle preponderanti motivazioni della casata Savoia, di Mazzini resta l’immenso patrimonio culturale e storico, considerato dagli studiosi di qualsivoglia tendenza politica, la materia prima dell’unità d’Italia.

Nato a Genova il 22 giugno del 1805, nel 1826 è proclamato dottore in legge. L’anno dopo entra nella Carboneria ed in breve diventa segretario dell’Alta vendita ligure. Scrive articoli per L’indicatore genovese e per L’Indicatore livornese; i suoi articoli provocano la soppressione di questi periodici. Nel 1830 viene arrestato e rinchiuso nella Fortezza di Savona. Nel 1831 si rifugia in Francia, prima a Lione e poi in Corsica. E’ di quell’anno, scritta intorno al mese di aprile, la celebre lettera a Carlo Alberto, resa celebre per la chiusura: “ se no….no!” manifestando le più forti perplessità per il manifestato liberalismo del Savoia.

Con altri esuli italiani, tra i quali Giuditta Sidoli, Celeste Menotti, Angelo Usiglio e Gustavo Modena, fonda la Giovane Italia, definendola Associazione e non setta. Si tratta a dire di tutti gli addetti ai lavori che studiano la politica come fenomeno sociale, del primo partito politico democratico a livello mondiale, l’impostazione della quale costituirà le fondamenta per ogni altro partito politico fino ai nostri giorni, almeno in Europa.

Nel programma della Associazione “ Giovane Italia” gli argomenti fondanti sono: indipendenza, libertà, unità, repubblica, riforma sociale.

Il 1833 è l’anno nel quale gli affiliati a La Giovane Italia tentano azioni utili alle loro intenzioni; molti vengono scoperti e condannati, in alcuni casi entra in azione il plotone di esecuzione. Jacopo Ruffini, medico, si suicida in carcere. Lo stesso Mazzini viene condannato a morte, in contumacia, dal tribunale di Alessandria. Nel 1834 lo stesso Mazzini organizza un tentativo di insurrezione da Ginevra, mentre il neofita Giuseppe Garibaldi ci prova a Genova; anche il futuro Eroe dei due mondi subirà la condanna alla pena capitale, a cui riesce a sottrarsi esiliando. Nell’aprile di quello stesso anno La Giovane Italia, assieme a La Giovane Svizzera, la Giovane Germania e la Giovane Polonia firmano il patto della Giovane Europa, il cui programma prevede una federazione di libere repubbliche, con simbolo una foglia d’edera. Nel 1836 la Svizzera ritira il visto a Mazzini che si rifugia a Londra.

Il 1848 è un anno cruciale per l’unità d’Italia. E’ presente a Milano durante le Cinque Giornate ed a Firenze, dove nel 1849 propugna la fusione della Toscana con la Repubblica Romana, della quale diverrà uno dei Triunviri, membri del governo. La Costituzione della Repubblica romana, scaturita dalla sua penna, legifera con prodigiosa sagacia modernista in materia politica, ecclesiastica, finanziaria, sociale e militare, con uno spirito di democrazia laica moderata tale da costituire oggetto di profondi studi a molti costituzionalisti di varie parti del mondo moderno.

Sotto la pressione delle preponderanti forze armate francesi, dopo il sacrificio di tantissimi giovani caduti per la causa repubblicana, tra i quali il ventenne Goffredo Mameli, la Repubblica Romana soccombe e Mazzini è costretto a lasciare Roma. A Losanna fonda la rivista L’Italia del Popolo, scrive moltissimo e da vita a Il Comitato Italiano, dal quale nascerà successivamente Il Comitato centrale della Democrazia Europea. Nel 1851 è di nuovo a Londra. Nel 1857 la corte di Assise di Genova emette una nuova condanna a morte per Giuseppe Mazzini, che è ancora contumace. Nel 1859 convince Giuseppe Garibaldi ad organizzare quella spedizione nota nei libri si Storia come L’esercito meridionale, meglio conosciuta come Spedizione dei Mille. In un primo momento Mazzini e Garibaldi mirano di arrivare a Roma, per tentarvi ancora una volta l’esperienza repubblicana. Le diplomazie importanti d’Europa si mettono alacremente al lavoro. Prevale dunque la soluzione utile a Casa Savoia, grazie all’abilità politica di Cavour e del suo governo. Il generale Cialdini occupa con le sue truppe le marche e l’Umbria, pronto a contrastare il passo alle Camicie Rosse.

Garibaldi capisce la sproporzione tra il sogno e la realtà e si piega. A Teano, in Campania, la stretta di mano con il Re, farà di lui un icona celebrata ma non più combattiva e del Savoia il primo Re d’Italia, nel 1861.

E’ ancora molto attivo, Giuseppe Mazzini, nel tentativo di veder affermate le sue enunciazioni; disapprova il comportamento di Garibaldi, diventato senatore del Regno il cui percorso finisce nell’isolamento di Caprera, dopo aver constatato ripetutamente numerosi fallimenti nelle sue attività istituzionali, tra le quali è possibile ricordare il progetto dell’inserimento nell’esercito dei suoi garibaldini e le varie proposte sociali ed ambientali, scaturite da quel sentimento nazionalpopolare di cui era il portavoce.

Mazzini organizza tentativi insurrezionali, e, dal 1862 al 1870 aiuta appoggia numerose spedizioni per questo obiettivo. Messina lo elegge in più di un’occasione deputato. Ricasoli non è contrario; ma la spunta tra gli uomini di governo Rattazzi, che vi si oppone fermamente, rendendo vano ogni tentativo in proposito.

Il 13 agosto 1870 Mazzini, arrestato dalla polizia regia a Palermo, è rinchiuso nella fortezza di Gaeta, lo stesso luogo dell’ultima difesa borbonica. In quello stesso anno le truppe italiane, con i bersaglieri del generale La Marmora, occupano Roma. Il 13 ottobre Mazzini è liberato. Transita per Roma, contestando l’unità della Città eterna al regno sabaudo, effettuata con un regio decreto anziché riconoscere la Costituente, democraticamente eletta con suffragio universale nel febbraio del ’49; poco dopo è a Genova, dove sosta a pregare presso la tomba della madre, e subito dopo si reca a Londra. Nella capitale l’amico Giuseppe Petroni cura per lui la redazione dell’ultima fatica giornalistica del Mazzini: è sua la direzione del periodico la Roma del Popolo, con articoli utili a diffondere gli ideali repubblicani, tendenti anche ad unire le varie Società Operaie ed artigiane da poco create in Italia nel prossimo Patto di Fratellanza, organizzazione madre del sindacalismo italiano, che verrà sottoscritto fino al 1892.

Pur stanco ed oltremodo malato, scrive senza posa articoli infuocati, il più celebre dei quali è una dura critica alla nascente Internazionale socialista, palesando le difformità tra il suo pensiero basato sulla cultura, la disciplina e l’istruzione diritto dovere degli operai, delle donne, della gioventù e di tutto il popolo, mettendo in guardia contro le terribili conseguenze di una rivolta di classe, prodromo alla ferocia di una dittatura opprimente.

Nek 1871 è a Lugano, luogo dal clima mite, e la sua salute pare trarne giovamento. Indomito ne approfitta per tornare in Italia. Alla fine dell’anno è a Pisa, ospite della famiglia Rosselli, dove è costretto a soggiornare sotto il falso nome di John Braun, per tenere lontano le autorità di polizia. E’ un segreto di pulcinella. I suoi numerosi seguaci lo vanno a trovare e lo confortano mentre i gendarmi sorvegliano con la massima discrezione. Il 10 marzo del 1872 muore con indosso lo scialle che aveva preso tre anni prima sulla salma di Carlo Cattaneo, del quale aveva sempre rispettato la differente impostazione dell’unità.
Tutta una vita spesa ad ottenere quello che Melchiorre Gioia aveva definito: “ Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia”, ha fatto si che il suo pensiero, religioso, politico, sociale, e persino estetico, sia stato oggetto di numerosi studi in varie parti del mondo civile. Il suo pensiero, manifestato attraverso i numerosi scritti, esercitano una profonda influenza in Inghilterra, in Svizzera, in Polonia in Ungheria, in India.

La casa di Via Lomellini, a Genova, in cui egli nacque, è sede dell’Istituto mazziniano e Museo del Risorgimento; quella in cui morì, a Pisa, è la sede della Domus Mazziniana, conosciutissimo luogo di ricerca per chi ha in animo di approfondire le tematiche del mazzineanesimo.

 

 

La Redazione avverte tutti coloro che fossero interessati a visitare il sito della Associazione Mazziniana Italiana, associazione apolitica nata nel 1947, riconosciuta dalle principali organizzazioni istituzionali italiane, la cui sede è a Modigliana ( FC) in Via Giovanni Verità 33, con numerose sezioni sparse in Italia.

Garibaldi


 

Non si può e non si deve parlare di carboneria, di Unità d’Italia, di Risorgimento e di Repubblicanesimo senza ricordare Giuseppe Garibaldi, una delle figure che ne sono diventate una vera e propria icona. Nato a Nizza nel 1807, quando quella città era parte integrante del Regno di Savoia, giovanissimo si imbarca su un mercantile, diventando un provetto marinaio. A bordo, nel riposo tra i vari turni di lavoro, ascolta con interesse altri giovani come lui che marinai sono diventati per allontanarsi da Genova ed altre cittadine sulla costa ligure, per non subire le ritorsioni politiche riservate a chi cospirava contro il regno ed il governo.

 

Affascinato da quei racconti sentita mentre attraversava l’Oceano indiano, subito dopo essere diventato capitano di uno di questi mercantili, a Marsiglia si lascia avvicinare da aderenti alla Giovane Italia e nel 1832 ne diventa uno dei membri.

Dal 1836 al 1848 è in America Latina dove si distingue combattendo per l’indipendenza dell’Urugay. Si sposa con Anita e rientra in Italia, sollecitato dai mazziniani che organizzano sommosse e rivolte, come le Cinque Giornate di Milano. Nel 1849 è al comando delle truppe della Repubblica Romana, governata da Mazzini, Armellini e Saffi. Contrasta fin che può le soverchianti forze dell’esercito francese venute in aiuto a Pio IX; è costretto a lasciare Roma dirigendosi a Venezia dove è in corso una rivolta capeggiata dal patriota Daniele Manin.

Tra Ravenna e Comacchio Anita muore per una tragica malaria tra le sue braccia. Non può rientrare nel Regno di Sardegna in quanto è condannato a morte in contumacia; ritorna a fare il marinaio mercantile fino al 1859, quando si incontra con Cavour e Vittorio Emanuele. La condanna a morte viene annullata ed il Generale viene posto a capo di un battaglione denominato Cacciatori delle Alpi. Durante la Seconda Guerra di Indipendenza i suoi uomini sono quelli che ottengono gli unici successi contro gli austriaci. Garibaldi comincia a diventare un mito.

Il 6 maggio del 1860 ha inizio la pagina di Storia nazionale nota come “ La spedizione dei Mille”.Da Marsala inizia la sua marcia trionfale; batte le truppe borboniche a Calatafimi, dove i picciotti siciliani ingrossano le file dei volontari di Quarto. Conquista la Sicilia, sbarca in Calabria, il 7 di settembre entra da trionfatore a Napoli, sconfiggendo definitivamente i soldati borbonici sul Volturno. Il Generale ha esercitato una dittatura militare in Sicilia, in Calabria, nelle Puglie e in ogni altro luogo in cui regnava la dinastia dei Borbone, da Taranto a Benevento, da Napoli, a Reggio Calabria e Palermo. Il 26 ottobre di quello stesso anno Giuseppe Garibaldi è protagonista con Vittorio Emanuele II dell’incontro di Teano.

Tra la giornata della battaglia del Volturno e l’incontro a Teano con il Re Mazzini e Garibaldi si sono incontrati nella città di Napoli, dalla quale Mazzini era ripartito senza essere riuscito a convincere il Generale a continuare la sua marcia trionfale, verso il Lazio, verso Roma, verso le Alpi, nel tentativo di realizzare quelli che erano i postulati della Associazione Giovame Italia.

In Garibaldi era maturata la convinzione di un pacifico accordo con la Casa Savoia, la sciando al suo esercito il compito di portare avanti le istanze unitarie. Capiva le difficoltà che avrebbe incontrato a mettersi di nuovo contro lo Stato Pontificio e contro i poteri della Restaurazione del 1818, ancora dominanti nella gran parte dell’Europa, soprattutto nella penisola italiana. L’offerta di un seggio al Senato del Regno, poi, era troppo allettante, per un combattente stanco e disilluso dalle troppe sconfitte politiche del repubblicanesimo italiano.

L’animo indomito lo porta, però, a capeggiare nel 1862 un tentativo volto a liberare lo Stato pontificio dal governo del Papa; l’esercito piemontese affronta i volontari comandati da Garibaldi ad Aspromonte, dove il generale viene ferito e messo ai ferri. Poco dopo viene liberato; riparte per l’isola di Caprera, dove mantiene fitti contatti con i numerosi movimenti patriottici, tutti di ispirazione repubblicana e mazziniana, che agiscono in Europa. Nel 1866 partecipa alla Terza Guerra di Indipendenza al comando di una colonna di volontari in camicia rossa. Teatro delle operazioni di guerra della colonna garibaldina è il Trentino, dove a Bezzecca sbaraglia gli avversari austriaci. La diplomazia e la politica hanno la meglio sulle sue vittorie. Al comando dello Stato Maggiore dell’esercito piemontese che gli ingiunge di sgomberare il campo Garibaldi risponde con il famoso telegramma che contiene la sola parola “Obbedisco” e la sua firma. Nel 1867 riprova ancora una volta a liberare Roma dal governo pontificio il cui esercito, infoltito ancora una volta da truppe regolari francesi, lo ferma a Mentana.

Lo spirito di libertà che da sempre lo contraddistingue lo porterà persino a difendere la Francia, dalle insidie di una conquista straniera, nel 1871.

E’ in quest’isola di sassi e capre che il generale muore, il 2 giugno 1882.

Giuseppe Garibaldi non è stato solo un marinaio e un comandante militare. Tutti gli storici che si sono interessati alla sua biografia sono concordi nel collocarlo in prima fila per la ricerca continua di una pace universale fondata sulla democrazia e la libertà, l’abolizione della pena di morte, la salvaguardia dell’ambiente, ed il riscatto del popolo con il mettere sempre in risalto l’urgenza di soddisfarne i bisogni primari. L’abolizione della schiavitù e l’emancipazione della donna, i diritti dei fanciulli, i giusti riconoscimenti ai veterani e ai vecchi lavoratori sono alcuni dei temi per i quali Giuseppe Garibaldi si è impegnato a fondo, ottenendo ambiti riconoscimenti, ma anche profonde delusioni, per la lentezza della burocrazia e la sordità della classe dirigente.

 

 

Per eventuali approfondimenti su la vita, le imprese e l’attività politica di Giuseppe Garibaldi si consiglia di connettersi con il sito della Associazione Nazionale Veterani Reduci Garibaldini.

 


 

Giuseppe Mazzini non era stato in grado di convincere Garibaldi a continuare con le sue camicie rosse l’avanzata verso il Nord, Roma in particolare, nella sua marcia trionfale da Napoli, iniziata con lo sbarco a Marsala e continuata fino alla vittoriosa battaglia del Volturno, che aveva sancito la fine del regno dei Borbone nelle Due Sicilie. Garibaldi, in nome dell’unità nazionale, aveva messo da parte gli ideali repubblicani, e lo stesso Mazzini aveva assunto una posizione più possibilista, iniziata già anni addietro con le lettere al Savoia ed un incontro con lo stesso Re di Sardegna. Il repubblicanesimo mazziniano italiano si divide in due tronconi; pur tenendo presente, entrambi, le dottrine del Maestro, vivo e indomito, ma sconfitto e ammalato, come l’emancipazione sociale delle masse e le rivendicazioni dei diritti degli operai, delle donne, dei fanciulli e dei “diversamente abili” (come oggi vengono definiti i portatori di handicap), ci fu chi mise in secondo piano l’istanza del repubblicanesimo, privilegiando l’esigenza unitaria da raggiungere assieme ai sostenitori della monarchia, e chi mantenne un atteggiamento intransigente, rifiutando ogni possibile accantonamento degli ideali carbonari.

 

Nel 1866 venne da questi ultimi, capeggiati da Maurizio Quadrio, fondato il movimento “ Associazioni Democratiche Italiane”. Questo gruppo di intransigenti al Congresso di Parma duramente si contrappose alla Destra garibaldina, che propugnava una presenza parlamentaristica radicale, il cui leader era Agostino Bertani, una area moderata centrale, la più vicina allo stesso Mazzini, pronto a sopportare qualsiasi sacrificio si interponesse al raggiungimento della unità nazionale, ed un’ala sinistra, quella capeggiata da Quadrio, contraria alla guerra regia e avversa a qualunque collaborazione con la dinastia dei Savoia, ancora fedele ai miti ed agli ideali che avevano ispirato i movimenti carbonari e la guerra del ’48, che ancora propugnava l’iniziativa popolare, la fratellanza europea, la formula repubblicana per l’Italia ancora da unire da Trieste a Marsala.

Dal 1866 ( Congresso di Parma) al 1871 ( Congresso di Roma) le Società Operaie, le associazioni democratiche italiane, le prime Organizzazioni in Cooperative e di Fratellanza, nel lavoro e nel tessuto sociale, sostanzialmente mantengono queste tre posizioni, nei confronti del potere monarchico piemontese. Nonostante che la parte radicale della sinistra repubblicana, capeggiata dal Quadrio, da Marcora, Bezzi e Frigerio, fosse la più intransigente e la più numerosa,nell’ opporsi ad una qualsiasi forma di collaborazione con le rappresentanze istituzionali della appena costituita unità, che aveva provocato già vittime tra gli stessi monarchici, con la rivolta a Torino per il trasferimento a Firenze del Governo e la sempre discussa impresa dei bersaglieri di La Marmora a Porta Pia ( XX Settembre 1870), che aveva urtato oltremodo la sensibilità della maggioranza dei cittadini, tradizionalmente cattolici.

A Roma, il 1 novembre del 1871 si ritrovano i delegati di 135 società operaie e decine di esponenti del Mutuo Soccorso, delle Cooperative Artigiane e delle altre componenti della sinistra popolare laica italiana, tra cui alcuni gruppi di rivoluzionarismo democratico¸ vengono dalal Romagna, dalel Marche, dalla Liguria, dalla Toscana, dal Lazio, ma anche da Napoli e da Foggia, da Palermo e da sassari. Tra di loro ci sono superstiti delle guerre di Indipendenza, ma anche esponenti delal cultura di avanguardia. Tra tutti spicca Giuseppe Mazzini nelle mani del quale si trovano la maggioranza dei fili conduttori di questa Assise romana, c’è Benedetto Cairoli tra i militari ormai fedeli alla Monarchia. Giuseppe Marcora, il quale adesso esponente di una sinistra radicale, che diventerà addirittura il Presidente della Camera regia. Da quell’incontro scaturirono approfonditi dibattiti, al termine dei quale nascono i Patti di Fratellanza.

 

Giovanni Spadolini nell’aprile del 1951 aveva scritto un articolo nel settimanale " Il mondo" dell’indimenticabile Mario Pannunzio dal titolo: Mazzini senza Mazzini. In esso il giornalista, professore universitario, direttore di quotidiani, politico e statista repubblicano scriveva degli attriti tra Mazzini e Garibaldi, acuiti nel 1860, delle opposte posizioni prese dal fronte popolare operaista e democratico che fece seguito alla conquista monarchica di Roma capitale. In quell’articolo il prof. Spadolini aveva perfettamente intuito come il messaggio repubblicano, laico e democratico, si stava disperdendo nei mille rivoli delle variegate rivendicazioni, la prima delle quali restava comunque la speranza di riscatto degli umili, dei sacrificati, degli oppressi.

 

Il primo coro dell’Adelchi di Alessandro Manzoni

Dagli atri muscosi, dai fori cadenti, dai boschi, dall’arse fucine stridenti, dai solchi bagnati di servo sudor, un volgo disperso repente si desta, intende l’orecchio, solleva la testa, percosso da nuovo crescente romor. Dai guardi dubbiosi, , dai pavidi volti, qual raggio di sole dai nuvoli folti, traluce de’ padri la fiera virtù. Nei guardi, nei volti, confuso ed incerto, si mesce e discorda lo spregio sofferto, col misero orgoglio del tempo che fu. S’aduna voglioso, si sperde tremante, per torti sentieri, con passo vagante, fra tema e desire, s’avanza e ristà. E adocchia e rimira scorata e confusa de crudi signori la turba diffusa, che fugge dai brandi, che sosta non ha. Ansanti li vede qual trepidi fere irsuti per tema le fulve criniere , le note latebre del covo cercar. E quivi, deposta l’usata minaccia, le donne superbe, con pallida faccia, i figli pensosi, pensose guatar. E sopra i fuggenti, con avido brando, quai cani disciolti, correndo, frugando, da ritta, da manca, guerrieri venir. Con l’agile speme precorre l’evento, e sogna la fine del duro servir. Udite! Quei forti che tengono il campo, che ai vostri tiranni precludon lo scampo, son giunti da lunge, per aspri sentier. Sospeser le gioie dei prandi festosi, assursero in fretta dai blandi riposi, chiamati repente da squillo guerrier. Lasciar nelle sale del tetto natio le donne accorate, tornanti all’addio, a preghi e consigli che il pianto troncò. Han carca la fronte dei pesti cimieri, han poste le selle sui bruni corsieri, volaron sul ponte che cupo sonò. A torme, di terra passarono in terra, cantando giulive canzoni di guerra, ma i dolci castelli pensando nel cor. Per valli petrose, per balzi dirotti, vegliaron nell’arme le gelide notti, membrando i fidati colloqui d’amor. Gli oscuri perigli di stanze incresciose, per greppi senz’orma le corse affannose, il rigido impero, le fami durar. Si vider le lance calate sui petti, a canto agli scudi, rasente agli elmetti, udiron le frecce fischiando volar. . E il premio sperato sarebbe a quei forti, sarebbe, o delusi, rivolger le sorti, di un volgo straniero por fine al dolor? Tornate alle vostre superbe ruine, all’opere imbelli dell’arse officine, ai solchi bagnati di servo sudor. Il forte si mesce col vinto nemico, col nuovo signore rimane l’antico, l’un popolo e l’altro sul collo vi sta. Dividono i servi, dividon gli armenti, si posano insieme sui campi cruenti, di un volgo disperso che nome non ha.

Non era molto ottimista, Alessandro Manzoni, circa il sentimento di unità nazionale che però già serpeggiava nella penisola bagnata dal Mediterraneo e con al centro la città di Roma. Iniziata a scrivere intorno al 1820, quest’opera venne pubblicata nel 1822; un anno dopo, quindi, i moti del 1821, che erano costati alla popolazione parecchie decine di vittime.

Con l’adesione ai Patti di Fratellanza il popolo italiano dimostra la propria maturità civile e sociale, conseguita tramite la lotta di popolo del Risorgimento: i protagonisti dei moti, delle rivolte, delle guerre di indipendenza sono contadini, artigiani, studenti, molti sono di nobile lignaggio, seminaristi, preti e frati, molte donne, e un nutrito numero di esuli polacchi, tedeschi, greci e slavi, a cui devono essere aggiunti convinti seguaci di origine inglese.

Giovanni Spadolini, nel suo articolo nel Mondo, prosegue la disamina storica di quel periodo italiano mettendo in buona evidenza come " la conclusione monarchica dell’unità, Il fallimento degli ultimi tentativi repubblicani negli anni settanta, l’arresto del Mazzini quello stesso anno, l’occupazione di Roma, avvenuta al di fuori di tutti gli schemi della tradizione insurrezionale e volontaristica…. Tutto impediva alle schiere mazziniane repubblicane di presentarsi nella loro veste, di assumere le loro insegne e le loro bandiere, di proclamare ufficialmente le loro finalità ed i loro obiettivi politici".

Abbiamo con precisione stabilito che questo sito si occupa di tracciare una serie di sentieri repubblicani, non avendo le possibilità e lo spazio per approfondire tutti i temi accennati; da qui nasce l’obbligo di accennare a coloro che vogliono approfondire la conoscenza degli avvenimenti che videro in Italia protagonisti democratici i Patti di Fratellanza di procurarsi presso una qualche biblioteca pubblica uno dei seguenti volumi:

  • Mazzini e Bakunin – di Nello Rosselli, che nel 1927 disegnò un rapido susseguirsi degli eventi che videro Mazzini minoritario col movimento operaio.
  • Il movimento operaio e i suoi congressi – di Gastone Manacorda, studioso che bene ricostruisce gli sviluppi dell’organizzazione operaia.
  • I repubblicani dopo l’unità – di G. Spadolini, che segnò l’inizio di una storiografia approfondita del repubblicanesimo storico italiano.

Degne di essere citate sono, di quel periodo, le prime corporazioni di mutuo soccorso e le società operaie; le prime furono ne più ne meno che una serie di accordi, messe per iscritto alla presenza di un notaio, attraverso i quali tra più persone esercenti lo stesso mestiere si delineavano le regole in comune, si fissavano reciproche garanzie, e si regolarizzavano concorrenze sleali, al fine di collocare nei mercati prodotti certi, ed a prezzi accessibili.

La mutualità, ossia il prestarsi reciprocamente assistenza in caso di malattie, danni ed altre necessità è stato un aspetto fondamentale ed importante di questa tendenza all’organizzazione delle categorie professionali, che ha avuto la più compatta manifestazione nelle corporazioni di storica memoria.

Le società operaie nascono per aiutare gli operai da poco entrati negli opifici industriali, non solo nel Nord, che, oltre ad avere lo stesso carattere di mutualità ed assistenza, saranno la base per la nascita del sindacalismo italiano, ripreso dalle Trades Unions inglesi, ma aventi caratteristiche proprie.

Le tante esigenze imposte dalle nuove scoperte scientifiche, il grande progresso culturale europeo non più solo prerogativa dei nobili e del clero grazie alla Rivoluzione Francese, e le nuove tecnologie industriali pongono tanti problemi e tanti modi di farvi fronte. Il Radicalismo, l’Anarchismo, il Socialismo e le organizzazioni cattoliche, ciascuno a modo suo, privilegia i vari aspetti dei problemi sul tappeto e le fazioni si aggiungono a le fazioni: i mazziniani convinti insistono sulla acculturazione degli operai, dei contadini, delle donne, dei salariati in genere, e sono una minoranza perché sopra ogni altra cosa pongono la revisione repubblicana dello Stato italiano. Ci sono poi i repubblicani "possibilisti" che vogliono organizzarsi politicamente e lavorare all’interno delle Istituzioni, per migliorare il giovano Stato unitario collaborando anche con la corona e con il clero, almeno quella parte disponibile a farlo nonostante il "non expedit".

Bakunin ha molti proseliti; il socialismo si organizza, cresce e si mobilita, facendo sentire la sua presenza, in qualche caso pagata con il sangue della repressione militare monarchica, creando una vera e propria lista di eroi che lottano per una nuova causa, che non è più quella propugnata da Mazzini, Garibaldi, Mameli, Cairoli, Menotti, Pisacane eccetera eccetera.

 

 


 

Solo nel 1895, con la costituzione del Partito Repubblicano Italiano, il movimento mazziniano assume una posizione concreta in Italia. I dieci anni precedenti, di piena contrapposizione tra il “partito operaio” , possibilista e collaborativo con la monarchia, il parlamento ed il governo, con i quali trovare il modo, senza trascurare mai la piazza e gli scioperi, di far valere sacrosanti diritti, hanno indebolito i repubblicani, che hanno per primo l’obiettivo primario della forma istituzionale, seguito da una necessaria preparazione culturale, utile a formulare diritti, dopo aver adempiuto agli altrettanto importante fronte dei doveri da compiere.

 

 

Si deve arrivare al Congresso di Firenze, del 27 e 28 maggio del 1897, del Partito repubblicano Italiano per trovare meglio definite le linee programmatiche e l’organizzazione territoriale; il movimento repubblicano viene articolato in confederazioni regionali, alle quali viene concesso un largo margine di autonomia, di iniziativa e di decisione, per ribadire l’avversione alle gerarchie, alle imposizioni, ai centralismi. Punto fermo resta, votato dalla grande maggioranza dei delegati, la partecipazione attiva alle tornate elettorali istituzionali, mettendo definitivamente da parte l’ardore rivoluzionario, curando con la massima attenzione l’utilizzo dei mezzi utili alla propaganda. La dirigenza del partito dichiara di voler operare non solo limitandosi al miglioramento legislativo in favore degli agricoltori, degli artigiani e degli operai, con particolare riguardo al problema femminile e dei minori, puntando con decisione ad un salutare risveglio della coscienza pubblica e sullo slancio generoso del popolo.

L’istituzione monarchica, secondo gli iscritti al partito repubblicano non è la rappresentante del popolo, ma un organismo di dominio e di prevaricazione; l’accordo per l’esito favorevole dei plebisciti è stato violato, causa l’accentramento dei poteri periferici nelle mani degli uomini di corte, nobili quasi mai all’altezza per la soluzione equa di problemi epocali. Le funzioni più essenziali, quali la diplomazia, l’esercito, le funzioni vitali dell’economia e del sociale sono in mano ai fedelissimi della monarchia; il Senato, la Magistratura, la Polizia e i rappresentanti del clero obbediscono ai suoi ordini o quanto meno indulgono alle sue pressioni. I repubblicani ribadiscono nelle piazze italiane la difficile situazione della gestione del lavoro senza la sicurezza della comprensione da parte degli organi istituzionali a questo preposte, totalmente schierati dalla parte della borghesia imprenditoriale, logicamente monarchica. C’è un problema di uguaglianza e di libertà, e solo attraverso l’emancipazione ottenuta con l’istruzione pubblica le classi meno abbienti acquisteranno il senso della loro partecipazione al bene comune.

Napoleone Colajanni nasce a Castrogiovanni, ( oggi la città di Enna), in Sicilia, nel 1847. Nel 1862 è, con Garibaldi, uno dei principali protagonisti della battaglia dell’Aspromonte, dove, se l’eroe dei due mondi rimase ferito dalle truppe italiane, lui venne fatto prigioniero ed è internato a Palmaria.

Ottenuta la libertà, nel 1866 si arruolò a Genova nei Carabinieri; con quella uniforme partecipò alla battaglia della Bezzecca, in Trentino. Per aver partecipato alla battaglia dell’Agro Pontino ( 1867), per la liberazione di Roma, ottenne una medaglia al valore. Nel 1869 fu di nuovo arrestato, per aver preso parte, lui, studente di medicina, ad una manifestazione sediziosa organizzata dai repubblicani. Prese la laurea in medicina e si recò in America del Sud per esercitarvi quella professione, Ben presto tornò in Italia per dedicarsi allo studio di una nuova disciplina scientifica, la sociologia. Nel 1890 venne per la prima volta eletto deputato in Parlamento. Facilmente divenuto leader nazionale del P.R.I. si distinse per aver portato alla luce alcune questioni nazionali, come lo scandalo della Banca Romana. Fu promotore di indagini parlamentari come l’inchiesta sull’Eritrea del 1891. Si schierò decisamente a favore dell’interventismo, lui, antimilitarista, tenendo ben presente l’esigenza dell’unità d’Italia. Morì nella città dove era nato il 2 settembre 1921.

La Voce Repubblicana, due giorni dopo, pubblicava il suo necrologio: “ La sua vita è tra quelle che rendono incancellabile nella mente dei cittadini che hanno urgente bisogno di rifarsi ad un esempio intemerato”.


 

Bandiera PRI

Anche dopo aver costituito il partito politico, agli inizi la tattica dell’intransigenza repubblicana sembrò prevalere. Le vecchie motivazioni di ispirazione mazziniana , ossia gli intrighi della cospirazione., la lotta clandestina, la ininterrotta aspirazione risorgimentale di riunificare l’Italia tutta determinarono persino la prigione per tre dei cinque membri del primo Comitato Esecutivo. Il deputato De Andreis venne dichiarato decaduto dal mandato parlamentare per un reato sostanzialmente d’opinione, venne rieletto nel suo collegio con una alta percentuale di voti. Il partito repubblicano accrebbe il suo prestigio ed il proselitismo aumentò. In Alta Italia si ebbe un fenomeno elevato di discredito delle istituzioni persino nell’alta borghesia formata da commercianti, possidenti agrari e nuovo industriali. Il vecchio programma associazionistico mazziniano conobbe un alto grado di notorietà e di consensi, assommato alle rivendicazioni operaie e congiunto alla presa di coscienza dei diritti dei lavoratori.
Di questo periodo, nel nostro “Sentieri Repubblicani”, notevolmente emerge la figura di Eugenio Chiesa, parlamentare e dirigente del partito.

 

 

Eugenio Chiesa nasce a Milano il 18 novembre 1863. Fin dalla giovanissima età manifestò anche pubblicamente le sue idee repubblicane e nel 1895 fu uno dei padri fondatori del Partito. Nel 1895 fu costretto a fuggire all’estero in quanto ricercato dalle autorità istituzionali monarchiche in quanto definito sovversivo. L’anno seguente potè tornare a Milano, dove fondò il giornale: “ Il Crepuscolo”. Divenne consigliere comunale di Milano dove si distinse per le qualità oratorie e la precisione obbiettiva ed analitica degli interventi. Fu eletto la prima volta parlamentare nel 1904, per il collegio di Massa e Carrara in Toscana. Divenne il punto di riferimento dei repubblicani toscani, specie a Lucca. In Parlamento fu epocale il suo intervento in difesa della moralità quando scoppiò uno scandalo alla Borsa di Genova nel 1907. Sottoscrisse la proposta di legge Bissolati, attraverso la quale si voleva regolare l’insegnamento della Religione nelle scuole pubbliche italiane ( 1908). L’anno successivo memorabile fu l’intervento contro le lobbyes delle compagnie di Assicurazione di cui chiese un monitoraggio ed un maggior controllo da parte delle istituzioni preposte. Fu un tenace oppositore della guerra in Libia; ma sulla Prima Guerra mondiale il suo atteggiamento fu coerente con la tradizione mazziniana e garibaldina. Se pur in tarda età chiese di essere arruolato ed inviato al fronte. Encomiabile la sua eterna battaglia a favore della libertà di pensiero e di espressione. Affiliato al Grande Oriente d’Italia, durante la violentissima campagna condotta dai fascisti e dai clericali contro la Massoneria ebbe il coraggio di uscire allo scoperto inviando una lettera al Ministro di Grazia e Giustizia per sapere se mai fosse stata emanata qualche norma che impediva ai liberi cittadini di aderire alla istituzione dei Liberi Muratori. Fu uno dei più severi avversari di Mussolini e del fascismo. Nel 1925 venne dato alla stampa un suo opuscolo, intitolato “ La mano nel sacco” nel quale comprovò con fatti e riscontri chi aveva sovvenzionato la Marcia su Roma, dagli agrari agli industriali, dai cattolici agli ebrei, compresi anche alcuni alti gradi massonici. Nel 1926 la sua abitazione venne incendiata dalle Camice Nere ed egli fu costretto di nuovo all’esilio. Nel 1927, quando il Partito Repubblicano Italiano venne ricostituito in Francia e in Svizzera, egli ne fu chiamato alla direzione. Si impegnò anche ad aiutare altri esuli anti fascisti repubblicani e non solo tra i quali giova ricordare Randolfo Pacciardi e Sandro Pertini. Alla sua morte, avvenuta in un paese della Normandia, dove viveva in miseria, nel 1930, buona parte dell’antifascismo italiano in esilio, compreso molti fratelli massoni, parteciparono ai solenni funerali.

Per i repubblicani di inizio novecento l’attuazione di un programma di pace e di libertà presupponeva la rinuncia alla politica di iniziativa e di audacia, elementi non disuniti nell’irredentismo, utile al completamento dell’unità. L’irredentismo rappresentava un motivo di turbamento e di inquietudine e riportava alle alleanze dei poli contro quelle dei troni. Nell’Italia di allora nelle manifestazioni irredentistiche di piazza gli stessi organizzatori, per la gran parte sia da destra che di sinistra veterani del repubblicanesimo mazziniano, da Depretis a Minghetti, possibilisti nei confronti della monarchia o intransigenti verso quella forma istituzionale, sentivano un turbamento della loro politica, una minaccia alla loro azione, a tutto vantaggio dei reazionari e dei conservatori, lieti di poter sfruttare qualunque occasione pur di indebolire gli istituti portanti del Paese, pur di paralizzare l’evoluzione e l’ascesa democratica e popolare.
Gli studi sulla storia del movimento repubblicano in Italia, consentiti, se pur poco aiutati durante gli ottanta anni di monarchia sabauda, le due guerre mondiali comprese, ebbero un momento di intensità solo con l’ingresso in politica del professore universitario, nonché giornalista, Giovanni Spadolini. Decine di volumi con la sua firma, centinaia di articoli di giornale sono stati dedicati alla storia del movimento repubblicano mazziniano, ed anche di quello federalista o azionista, confermando la ricchezza e la vivacità delle argomentazioni. Dallo studioso fiorentino, eminente studioso e direttore di giornali, viene messo in risalto in questi suoi lavori, in gran parte pubblicati dall’editore fiorentino Le Monnier nei primi anni ottanta dello scorso secolo, ai quali rimandiamo chi volesse approfondire queste tracce, la complessità del dibattito politico di cui il repubblicanesimo italiano è sempre stato indiscusso protagonista; dibattito anche culturale, tenuto acceso per più di un secolo dagli uomini migliori della democrazia laica post risorgimentale. Noi ci sentiamo in obbligo di concentrare la nostra attenzione su alcune figure di particolare interesse, a cominciare da Giovanni Conti.
Nasce a Montegranaro, Marche, oggi provincia di Fermo, il 17 Novembre 1882. Nato da famiglia di origini modeste ( il padre era un artigiano), fin da giovanissimo si impegnò nelle file del Partito Repubblicano Italiano, che era stato costituito nel 1895. Con l’aiuto della famiglia e di altri parenti riuscì a proseguire gli studi fino alla laurea in giurisprudenza nel 1912, In quello stesso anno trovò i mezzi per recarsi a Roma ed
aprire uno studio di avvocato. Per le doti e le qualità dimostrate entrò nella Direzione Nazionale del Partito, iniziando così una attività politica che lo vedrà fino alla fine sempre più protagonista della politica nazionale.
Schieratosi con gli interventisti fece il suo dovere di soldato combattente, tornando dal fronte nel 1918 con il grado di sottotenente, guadagnato sul campo di battaglia.
Fu tra i fondatori e i redattori del neonato La Voce Repubblicana, quotidiano di cui assunse la direzione fino al 1922, chiuso dalla censura fascista. Si adoperò allora, indomito, dando alle stampe un altro periodico: “ Vigilia”. Fu anche eletto deputato per il Partito e nel parlamento si distinse per la critica al nascente regime.
A causa della sua forte opposizione al fascismo fu posto sotto controllo delle camice nere. Fatto decadere come parlamentare, nel 1926 divenne sorvegliato speciale sotto il diretto controllo del servizio segreto agli ordini di Mussolini, l’OVRA. Verso il 1929 subì la radiazione dall’Albo professionale forense e si trovò costretto per vivere a trovare lavoretti di copisteria e dattilografia.
Caduto il fascismo e restaurata la democrazia venne subito ingaggiato dai Comitati di Liberazione Nazionale, con i quali collaborò fin da subito sia per il referendum, poi vinto, che istaurò la repubblica, che nella Consulta, dove si distinse per la stesura della carta Costituzionale. Nel 1948 divenne senatore a vita.
Il Partito repubblicano Italiano e il suo organo ufficiale, La Voce Repubblicana, da sempre lo considerano una delle colonne portanti dell’intera storia nazionale.
Morì a Roma nel 1957.

 

Bovio, Colajanni, Chiesa, Conti, sono tra gli uomini che più si sono distinti nelle attività del partito repubblicano, ma naturalmente non sono i soli. Dopo la morte di Giuseppe Mazzini, avvenuta nel 1872, a cui avevano fatto seguito manifestazioni di avversione alla monarchia che erano costate posti di lavoro e qualche giorno di carcere ai dimostranti più agguerriti, in molte località italiane e non solo, le varie fazioni repubblicane avevano cercato di confrontarsi nelle più svariate forme; molti avevano abbracciato la causa socialista ed altri erano passati a collaborare con la monarchia, convinti che solo facendo causa comune le cose si sarebbero messe per il verso giusto. Quando, dopo i Patti di Fratellanza e le aggregazioni nei movimenti cooperativi, i repubblicani decisero di rinunciare alla lotta armata, organizzandosi in Partito della Sinistra democratica, laica e popolare, sotto il simbolo dell’edera, portando le istanze che volevano rappresentare nelle tribune istituzionali delle Camere legislative e nelle amministrazioni periferiche, molti altri uomini legarono le loro sorti e il loro nome alla storia del Partito.
Salvatore Barzilai, romano, Luigi De Andreis di Ravenna, Italo Pozzato di Rovigo, Ubaldo Comandini di Cesena, Angelo Battelli di Urbino, Rodolfo Rispoli di Castellammare di Stabia, Luigi Saraceni di Castrovillari, Cino Macrelli di Bologna, Il veneto Cipriano Facchinetti ed il marchigiano Alfredo Morea sono tra coloro che hanno inciso con maggior vigore il loro nome nell’albo d’oro del Partito, fino alla seconda meta degli anni venti del ventesimo secolo, allorchè la violenza fascista degli uomini di Mussolini buttò la democrazia alle ortiche. L’attento lettore di queste note bene farebbe a tenere in memoria questi nomi e magari spendere qualche momento di tempo presso una biblioteca, cercando su numerosi documenti storici a disposizione, oggi coperti da fastidiosa polvere di archivio, al fine di conoscere il contributo da quei valorosi uomini politici portato alle istituzioni ed alla democrazia.
Tra tutti, però, uno è quello che sovrasta gli altri e si innalza maestoso, gigante; del mazzineanesimo repubblicano italiano il più grande: Randolfo Pacciardi.

 


Il primo di gennaio del 1899 nasce a Giuncarico, Comune di Gavorrano, Provincia di Grosseto, Randolfo Pacciardi; il padre è Giovanni, la madre Elvira Guidoni. E’ il terzo figlio maschio, dopo di lui nascerà la sorella Elia.Il padre lavora nelle Ferrovie dello Stato come manovratore; il gravoso carico familiare crea sostanziosi problemi a Giovanni Pacciardi, il quale, tuttavia riesce a sostentare moglie e cinque figli in decoro ed armonia. Il piccolo Randolfo prende la licenza tecnica a Montepulciano, poichè il lavoro del padre e dei fratelli ha consentito di farlo istruire. L’infanzia è uguale a quella di tutti i fanciulli dell’epoca; una casa dignitosa, un piccolo orto ed un cortile nel quale giocare, il paese e la campagna, passeggiate, studio e piccoli lavoretti, per lo più incombenze familiari. Scuola e parrocchia, istruzione statale e catechismo, come ogni altro giovinetto italiano di quei tempi; poi il mare, vicinissimo, solo un’ora di faticose pedalate, per andare a bagnarsi nella bella stagione e nuotare, felicemente, prima di stendersi a prendere il sole nelle spiagge di Scarlino o al Puntone. Nell’estate del 1914, a soli 15 anni, al liceo, si schiera con gli interventisti, e, procuratosi i documenti di un amico compiacente che è maggiorenne, cerca di arruolarsi volontario. Il tentativo fallisce perché viene scoperto e rimandato a casa, con bonomia. Giovanissimo si iscrive al Partito Repubblicano Italiano. Chiamato alle armi nel 1916, frequenta a Parma il corso allievi ufficiali del III Reggimento d’Armata, comandato dal Duca d’Aosta, composto in gran misura da soldati toscani. La prestanza fisica lo vede arruolato nei Bersaglieri ed il Fronte di Combattimento lo accoglie subito dopo la riorganizzazione seguita alla disfatta di Caporetto. Nel 1919, viene congedato; l’esperienza bellica gli fa onore: due medaglie d’ argento per episodi ardimentosi ( ottuagenario si compiace dell’attacco al nemico sul fiume Livenza, difendendo un ponte in fiamme con pochi uomini al suo comando); ha all’attivo anche la croce militare inglese: la “Military Cross” concessa per l’eroismo e l’ardimento dimostrato in battaglia. Nel giugno del 1918, infatti, a Fagarè sul Piave, le linee italiane furono infrante dall’artiglieria e dai gas asfissianti ( proibiti dalle convenzioni internazionali, ma ipocritamente e impunemente usati dagli asburgo ungheresi ). Pacciardi, diciannovenne, è aiutante maggiore di battaglione; con fermezza e determinazione riorganizzò i reparti e li guidò al contrattacco. Un’altra medaglia se la guadagnò per un episodio avvenuto poco tempo dopo. A nuoto, assieme a sette soldati ai suoi ordini, riuscì a ricontattare una dozzina d’uomini, che si erano trovati distaccati e in difficoltà, dovendo essi difendere un isolotto sul fiume che era stato invaso da una piena. Ancora… durante l’offensiva finale contro le truppe austriache un loro contrattacco spezzò le nostre linee e le truppe inglesi del fianco sinistro. Pacciardi, incitando i soldati con l’esempio e l’azione, riuscì a ripristinare il collegamento e gli inglesi lo premiarono con il loro riconoscimento al valore più alto. Infine, sul fiume Livenza, Pacciardi, abile nuotatore, riuscì ad approdare sull’argine tenuto dal nemico, assieme ad altri quattro soldati, abili nuotatori come lui. I cinque attaccarono di sorpresa il fianco di un battaglione ungherese. Oltre al fatto di disorientarli e di farli arretrare i nostri riuscirono a catturare un numero enorme di prigionieri. Questo episodio farà proporre Pacciardi per la medaglia d’oro, ma gli fu concessa quella d’argento. Esistono due versioni, entrambe non ufficiali, sul perché di questo ridimensionamento. Secondo la prima il Duca d’Aosta, per il quale rientrava nella normale dignità di un giovane patriota offrire la propria vita davanti alle armi del nemico, in difesa della Patria, era piuttosto avaro in fatto di riconoscimento all’audacia. La seconda delle ipotesi è alquanto illuminante: le alte autorità dell’esercito, nate e cresciute alla corte del Regno, non vollero concedere la medaglia d’oro ad un noto ed acceso repubblicano.
Nell’immediato dopoguerra l’on. Giovanni Conti (*), che lo segue e lo stima, gli consiglia di lasciare la facoltà di lettere e di iscriversi a quella di legge. Riesce a laurearsi in soli due anni.
Nel corso del 1920 il settimanale grossetano “Etruria Nuova” ospita i suoi primi articoli, nei quali Pacciardi mette in evidenza il pericolo delle prepotenze fasciste:
“ ……… centinaia di camicie nere erano convenuti da lontani paesi. Indubbiamente bella prova di coesione e solidarietà. Dobbiamo, però, domandarci con quali mezzi questo si sia potuto effettuare. La Questura di Grosseto era stata ovviamente informata di ogni arrivo e la Questura ha a disposizione truppa e mezzi per poter intervenire di legge. Perché non è stato fatto un solo atto per scongiurare una così grave calamità alla nostra cittadina…………….”
Gli articoli di Pacciardi denunciano soprusi, prepotenze, e connubi……. il clima di allora insomma, con maestria e lucidità tali che nel 1923 egli, ultimo dei romantici, si trova ad affrontare un duello alla sciabola, il 6 aprile del 1923, che lo vide sconfitto per imperizia, non domo.Pacciardi è già a Roma, chiamato da Giovanni Conti, nel suo studio legale, ai tempi del duello di cui sopra, e gli articoli che lui redige sono pubblicati su La Voce Repubblicana, organo del partito. Sempre nel 1923, Pacciardi condivide con Giovanni Conti, deputato PRI, Raffale Rossetti, ufficiale della Marina autore dell’affondamento della nave austriaca Viribus Unitis, e intellettuali come Fernando Schiavetti e Cino Macelli (*), la necessità di contrastare l’incontrollata e sempre più violenta azione dei fascisti, fondando il movimento “Italia Libera” cui aderiscono ex combattenti delusi delle vicende relative al reducismo, causa la cattiva accoglienza loro riservata dai non interventisti socialisti.E’ di quel tempo un opuscolo, scritto da Randolfo Pacciardi con lo pseudonimo di Libero, su Giuseppe Mazzini, nel quale inizia a rivelarsi il profondo interesse del giovane avvocato grossetano nei confronti del vate del repubblicanesimo laico italiano. Successivamente Pacciardi assurge a notorietà nazionale per due episodi; il primo è professionale, essendo stato chiamato in qualità di difensore, a difendere La Voce Repubblicana, querelata da Italo Balbo per aver pubblicato informazioni che lo volevano coinvolto nell’omicidio del martire antifascista Don Giovanni Minzoni. Il 5 dicembre 1924 il tribunale di Roma assolve La Voce e condanna Balbo al pagamento delle spese processuali. L’altro episodio riguarda la manifestazione di Italia Libera a Piazza del Popolo, in occasione dell’anniversario della vittoria di Vittorio Veneto, con la quale Pacciardi si guadagnò dal Duce l’appellativo di “ avvocatino di Grosseto”preceduto dall’offensivo “insulso”. A quella manifestazione aveva partecipato anche Peppino Garibaldi, nipote dell’eroe dei due mondi.
In seguito alla sua attività politica, avversa al regime, Pacciardi è costretto a riparare in Svizzera alla fine del 1926. Più tardi lui stesso racconterà l’avventurosa fuga dalla violenza fascista, che lo costrinse a lasciare l’Italia.
“Lavorava a Roma presso lo studio dell’avvocato Giovanni Conti, quando, nel 1926, furono emanate le “leggi eccezionali” fasciste. Conti non era uomo d’azione, per cui veniva considerato poco pericoloso. Pacciardi, invece, subì molte intimidazioni che però non lo intimorirono affatto. Erano le luci dell’alba quando sentì bussare con vigore alla porta della sua abitazione, a Roma, in Via Gregoriana. Il suo racconto prosegue con la constatazione che in quel periodo non aveva clienti neanche di giorno, figurarsi alle cinque del mattino. Avveduto, scappò da una finestra sui tetti, così come si trovava, in pigiama, dirà sorridendo, sornione, aggiungendo pure che i suoi inseguitori erano goffi e panciuti, quindi tardivi, nell’inseguirlo sopra i tetti delle case adiacenti. Raggiunta la moglie in Toscana, Pacciardi fu tenuto nascosto da amici compiacenti, finchè la vedova di Cesare Battisti non gli fece pervenire un messaggio: “ L’aria di montagna, è buona, in questa stagione”. Assieme a Egidio Reale Pacciardi raggiunse la signora Battisti a Trento ed essa li affidò ad un gruppo di contrabbandieri che li portarono oltre il confine austriaco durante le feste di Natale.”
Stabilitosi nel Canton Ticino svolge un’intensa attività pubblicistica, collaborando assiduamente al quotidiano antifascista in lingua italiana di Lugano, “La Libera Stampa”. Nella scheda segnaletica che lo riguarda, stilata dalla Prefettura di Grosseto nel 1927 è scritto: “ Il convenuto ha da sempre professato principi repubblicani; contro il Regno ha, fin dal 1920, fatto attiva propaganda, anche mediante conferenze”. Tanti e tanti sono a testimonianza di quegli anni gli articoli scritti nel periodico Italia Libera, che in quell’epoca usciva e veniva pedissequamente sequestrato per gli attacchi rivolti a S.E. il Capo del Governo, il regime fascista e i regnanti. Nel 1933 Pacciardi viene incluso nella Rubrica di Frontiera e sul Bollettino delle ricerche: “Supplemento dei sovversivi” e viene quindi espulso dalla Svizzera.


La Guerra In Spagna.( 1936 -1939) La Repubblica iberica e l’insurrezione franchista.
Con la moglie, la devota e carissima Luigia Civinini, ripara in Francia. Qui riceve una lettera, da parte di Carlo Rosselli, il quale gli scrive che “…….ci sarebbe la possibilità di costituire rapidamente a Madrid il primo nucleo di una formazione italiana o sezione di una legione internazionale. Gli amici gradiscono sapere se, nel caso, potremmo contare sul tuo concorso al quale terremmo particolarmente e se, a giro di corriere, puoi indicarci con i dettagli del caso, elementi utilizzabili…….”. Randolfo Pacciardi non aderisce subito a tale richiesta.
Tuttavia, più volte sollecitato, richiede garanzie concrete e soltanto il 26 ottobre del 1936, firma a Parigi un accordo per la formazione di una Legione antifascista italiana. A tal proposito, dopo il rientro in Italia, da deputato e da ministro scriverà ne la Voce Repubblicana un memoriale per giustificare quella sua titubanza: “ I fuoriusciti socialisti e comunisti presenti in Spagna a fianco dei Repubblicani del governo di Madrid patrocinavano piuttosto l’invio di tecnici e di materiali fruibili attraverso raccolte di denaro. Solo i repubblicani italiani, memori delle antiche tradizioni risorgimentali, garibaldine e non solo, auspicavano una Legioni di volontari, composta in gran parte da italiani, ma anche da altri antifascisti europei”. Non doveva ne poteva essere il nucleo di uomini alle dipendenze di un qualsiasi partito spagnolo, egli forni precise condizioni: “ una Legione unitaria, autonoma, alle dipendenze ello stato maggiore della Repubblica spagnola, con il patronato politico del P.C.I., del P.S.I., e del P.R.I., con il concorso delle organizzazioni internazionali, tra cui gli inglesi e gli americani, aderenti ai Comitati a favore della Repubblica Spagnola. La Legione sarà autonomamente organizzata; i volontari si assumeranno l’impegno di arruolarsi per un periodo minimo di sei mesi.”
La Legione dei volontari combattenti italiani è intitolata a Giuseppe Garibaldi, e partecipa, da subito, al comando di Pacciardi, alla difesa di Madrid. Si distingue subito per eroismo al cerro de los Angeles, alla Puerta de Hirro e nella Città Universitaria; quindi a Pozuelo e a Boadilla de Monte scrive pagine di eroismo da leggenda, macchiando il suolo spagnolo con il sangue dei giusti. Si ricorda una frase, pronunciata dal Comandante Pacciardi in un colloquio con Gustav Regler, scrittore tedesco di fede comunista e volontario nelle brigate internazionali:
“ Fallo sapere agli altri, dillo a chi puoi, scrivilo che noi non siamo affatto un manipolo di disperati, venuti qui per spirito d’avventura, o peggio, per non aver niente da perdere. Più della metà degli uomini ha più di quarant’anni, molti hanno moglie e figli,avevano trovato un nuovo pane nell’emigrazione, hanno abbandonato tutto, famiglia, lavoro, affari, hanno pensato solo di combattere per la libertà di un popolo oggi, ma consapevoli che quando vanno in prima linea credono di combattere per il futuro della democrazia in Italia.”
Nelle battaglie di Mirabueno e a Majadahonda i combattenti volontari si comportano con uguale eroismo e Pacciardi si dimostra comandante competente, capace ed amato dalla truppa, che segue i suoi ordini e ubbidisce ai comandanti con deferenza e rispetto, da veri militari. Durante la battaglia sul fiume Jarama Pacciardi viene ferito da un colpo di fucile alla fronte. Dopo le opportune cure, ristabilito ed in perfetta forma fisica e mentale, tornato al posto di comando, partecipa alle ultime fasi della battaglia di Guadalajara, dove le truppe fasciste vengono clamorosamente battute. Si arriva al giugno del 1937; il battaglione Garibaldi si trasforma nella XII Brigata Internazionale e partecipa agli scontri di Huesca e di Villanueva del Pardillo. Pacciardi non è contento, vuole una Legione solo di italiani, in dissenso come al solito con socialisti e comunisti. La sua pazienza finisce quando il commissario politico gli comunica l’ordine di intervenire contro l’insurrezione anarchica in Catalogna. Alla fine dell’estate dello stesso anno lascia il comando e esce dalla Spagna, subito dopo aver assistito ad una commemorazione, al cinema Coliseum di Barcellona, in memoria dei Fratelli Rosselli.
Che erano sereni e tranquilli i coniugi Pacciardi lo dimostrano con il tenore della lettera inviata a Grosseto ai genitori di Randolfo, che scrive, assieme a Luigia:
“ Carissimi, sempre bene e nulla di nuovo. Fra pochi giorni vi faremo pervenire un centinaio di lire come nostro regalo di capodanno. A noi non fa scomodo mandarvi questa sommetta poerchè possiate bere alla nostra salute e ricordarci. Con l’anno nuovo speriamo che possiate farci visita, così saprete direttamente ciò che vi interssa sapere. Tanti baci. Baci cari da Gigina”
Durante il 1939 Pacciardi si trova negli Stati Uniti d’America, invitato colà da numerose organizzazioni democratiche e repubblicane. In molte città americane “l’insulso avvocatino di Grosseto” è oratore ufficiale in molte conferenze e dibattiti, dando prova di non essere solo un abile soldato, ma anche un raffinato parlatore, qualità che lo farà apprezzare dagli italiani tutti fino alla morte, avvenuta nel 1991. Nella primavera del 1940 è a Parigi, assieme al suo luogotenente ed amico Giorgio Braccialarghe, che gli starà accanto fino alla fine. Quando i nazisti occupano Parigi i due riparano l’Africa Settentrionale e riparano a Casablanca. Dopo una serie di eventi in quella città, luogo di incontro e di intrighi delle potenze belligeranti e dei loro servizi segreti, Pacciardi, assieme alla moglie Gigiona e a pochi fedelissimi torna a New York, dove, assieme ad un gruppo di fuoriusciti antifascisti, tra cui Gaetano Salvemini , Arturo Toscanini, Aldo Garosci e Carlo Sforza, fonda la “ Mazzini Society, il cui scopo principale era quello, basandosi sull’insegnamento mazziniano, di formare un corpo di spedizione tutto italiano, da affiancare ai combattimenti in Europa, contro le forze nazi fasciste. Questa associazione pone altresì come pregiudiziale la forma repubblicana delle istituzioni italiane e si dichiara indisponibile a ad ogni forma d’accordo con i comunisti e i socialisti.
Nel 1942, esattamente il 17 agosto, Sforza organizza a Montevideo il primo convegno di questa benemerita associazione, con l’apporto di Pacciardi, il quale, però non fu in grado di intervenire, per banali ma fondati motivi. In quella sede gli intervenuti ribadiscono la necessità di sbarazzarsi della monarchia con la creazione di una repubblica laica e democratica, facendo emergere l’esigenza di eleggere una Assemblea Costituente, per dotare l’Italia di una Costituzione agile e popolare. Con uno splendido articolo pubblicato dal periodico “Nazioni Unite”, organo della Mazzini Society, Pacciardi avalla e sottoscrive il programma condiviso da tutti gli interventi del Convegno di Montevideo. Di quel periodo la leggenda si associa alla realtà. Randolfo Pacciardi, alto di statura, massiccio, biondo di capelli, con gli occhi celesti, non era insensibile al fascino femminile. Pur affezionato alla moglie Luigina, cui resterà legato fino alla di lei morte, più e più volte lui stesso e chi gli era stato vicino come Luigi Delfini e Giorgio Braccialarghe, avevano raccontato, o ammesso a mezza voce, come la stessa Ibarrury, la “pasionaria” dei repubblicani spagnoli lo avesse accolto tra le braccia, o l’avventura con la giornalista anglosassone amica di Heminguey.
Brunello Vandano, giornalista d’antan degli anni ’70 così lo descrive in un articolo per un giornale femminile:
“ E’ il tipo di italiano che sembra fatto per la gioia di vivere; ma fin dall’infanzia ha conosciuto la lotta e le privazioni…. Oggi è il prototipo del cittadino laico, battagliero e vulcanico…… Randolfo Pacciardi è un uomo alto e pesante , con un visoi roseo e dai lineamenti esatti, ove la fronte un po’ sfuggente fa una linea continua col naso, capelli grigi ondulati e un sorriso che segna nelle guance carnose pieghe e fossette d’una grazia settecentesca. Il suo aspetto è italiano fin quasi alla convenzionalità; rammenta, infatti, un tipo umano e professionale che per più di un secolo è stato quasi il simbolo del maschio italico: il tenore d’opera. Non per nulla, quando è allegro e distratto. Egli canticchia con voce tenorile brani d’opera, d’operetta o romanze……Sebbene questo possa sembrare un ritratto critico egli impersona in positivo altri due tipi di italiani: il capitano di ventura e il combattente romantico, alla guisa di Giuseppe Garibaldi, di cui Pacciardi ha nella vita emulato l’esemplare coraggio……..”


Sta di fatto che Pacciardi stesso ammise, ormai novantenne, in una intervista al giornalista Loteta, nel libro “ Cuore di battaglia”, di essere stato l’ispiratore del film Casablanca, con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman.


Commemorazione Randolfo Pacciardi - martedì, 16 aprile 1991



 

Tre sono i principali protagonisti del celebre film di Michael Curtis: Rick, Ilsa e Laslo, che sono i componenti del classico triangolo, intorno al quale si sviluppa la trama. Il gelido Laszlo, il marito tradito col quale la moglie Ilse si riunisce sul finale, lasciando l’amatissimo Rick, in mezzo ai vapori dell’aeroporto marocchino, non è altri che lui, Randolfo Pacciardi.Il film Casablanca, pellicola allora in bianco e nero, che, a detta dei critici, più di ogni altro ha colpito la fantasia e l’interesse di milioni di spettatori, si svolge in circostanze che palesemente si intrecciano con le avventure documentate della vita del mitico leader repubblicano. La sceneggiatura si sviluppa nella vicenda di una coppia che, per sfuggire alla cattura nella Francia occupata dai tedeschi, così come avvenne in realtà per Randolfo e Gigina, riesce a raggiungere Casablanca, città marocchina, allora sotto il controllo della francia del governo Petain, tuttavia considerata “aperta”, con la speranza di trovare due salvacondotti utili a raggiungere New York, ossia la libertà. A Casablanca Ilse, magistralmente interpretata dalla Bergam, ritrova casualmente un vecchio amore, Rich ( il bel tenebroso Bogart), con il quale rivive laceranti momenti di alta passione, che riuscirà, però, a reprimere, per seguire il marito cui la Resistenza francese aveva affidato importanti missioni politiche da farsi negli Stati Uniti. La vicenda si svolge nel 1940, e la similitudine con l’esilio dell’eroe antifascista e della moglie è sorprendente, tanto che molte sono le fonti che parlano dell’ispirazione che gli sceneggiatori ebbero, trovandosi con lui ed ascoltandone i racconti durante l’esilio americano. Pacciardi sorrideva, sornione e bonario, vetusto ottuagenario, senza più accanto Luigina, e si perdeva a raccontare come, dopo aver partecipato alla guerra civile spagnola in qualità di comandante della Brigata internazionale antifascista Garibaldi, aveva trovato rifugio in Francia e di come i due coniugi fossero giunti clandestinamente a Casablanca, per sfuggire alla cattura da parte dei tedeschi. La coppia italiana rimase in quella città per circa due mesi, fino a quando riuscirono a trovare due passaporti, naturalmente falsi, l’uno intestato ad un certo Renè Pigot, sposato alla signora Louise Cernè).
Muniti di questi documenti i due partirono per gli Stati Uniti, non con il rombante e grosso aereo del film, ma con il più prosaico e massiccio piroscafo “Serpapinto”, battente bandiera portoghese. I dati storici ci dicono che nel momento in cui Pacciardi e la moglie si imbarcano diretti a New York, il film era già stato deciso e posto in lavorazione da Curtis, così come non risponde al vero l’episodio di Luigina Civinini che incontra un vecchio amore. Molte sono le fonti che asseriscono essere stati i racconti di Pacciardi a determinare alcuni passi della pellicola, e che lo stesso attore americano Paul Henreid abbia cercato di imitare al meglio l’aspetto, gli atteggiamenti, le posture del leader repubblicano. Ecco parola per parola quanto lui stesso dice in relazione a Casablanca; alla domanda se fosse stato lui l’ispiratore della trama del film Pacciardi risponde: “ Certo. A Los Angeles, dove mi trovavo per un giro di conferenze della Mazzini Society, ricevetti una telefonata da Hollywood. Era il regista Michael Curtis, il regista di Casablanca, che mi chiedeva di raggiungerlo sul set per raccontargli qualche episodio e qualche consiglio sulle vicende….”.
Mentre si trovava a New York, incontrando vari personaggi, Pacciardi veniva sollecitato a raccontare episodi della sua vita avventurosa, e lui, fine parlatore quale era, non si lasciava pregare. Un produttore cinematografico che una sera si trovò tra i convitati allo stesso tavolo del nostro rimase affascinato da quei racconti ed il mattino dopo convocò nei suoi Uffici uno sceneggiatore, dandogli l’incarico di scrivere il copione: e fu Casablanca, uno dei maggiori successi cinematografici di ogni tempo. Con lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia, nel 1943, molti sono i fuori usciti antifascisti che rientrano in Patria, ma il governo Badoglio e monarco sabaudo e chi ritorna deve giurare fedeltà alla corona. Palmiro Togliatti lo farà e lascerà l’unione sovietica per meglio organizzare il P.C.I. in patria, così come tanti altri.
La liberazione degli anglo americani, i comitati di liberazione nazionale, la libertà italiana.

Pacciardi rifiuta di prestare quel giuramento e solo quando questa pregiudiziale cadrà, con i Comitati di Liberazione Nazionale che riusciranno ad eludere questo gravoso impegno tornerà in patria, nella tarda primavera del 1944. E’ il 10 Giugno di quel anno quando appare su La Voce Repubblicana il suo primo editoriale, che è anche il primo numero della rinata testata storica del Partito Repubblicano Italiano. Il partito lo elegge segretario politico nel 1946; poco dopo viene eletto Deputato all’Assemblea Costituente. Nel 1947 è nominato vice presidente del consiglio. Successivamente, nel 1948, durante un nuovo governo De Gasperi, Pacciardi assume il Dicastero della Difesa. E’ proclamato parlamentare, nelle file del P.R.I. il 30 aprile 1948; è la prima legislatura della Repubblica Italiana, con termine del mandato il 24 giugno del 1953. Tra i disegni di legge presentati come primo firmatario figurano le norme per l’applicazione dell’ art. 57 del Trattato di pace, contenenti clausole migliorative e più incisive per la ripresa della nostra economia e della nostra capacità di autonomia. Il disegno di legge n. 2128 , divenuto legge con votazioni a grande maggioranza e con scarse modifiche, prevede il riconoscimento di dipendenza da causa di servizio delle lesioni traumatiche da causa violenta. Questa iniziativa sortirà un benefico effetto per tanti militari e non solo, usciti dalla guerra con problemi di salute che ne causavano problemi di inserimento sociale.
Un altro importante provvedimento in aiuto della truppa è il n. 2292, concernente la concessione di un contributo statale, in aggiunta ai consueti emolumenti, per spese di vestiario agli ufficiali e ai sottufficiali dell’esercito, della marina e dell’aeronautica, inviati all’estero presso le Ambasciate o Corpi Internazioni, di lunga durata. Il d.d.l. n. 2301 prevede una concessione di una indennità una tantum ai sottufficiali, graduati e militari di truppa richiamati o trattenuti, collocati in congedo senza diritto a trattamento di quiescenza. I suoi interventi spaziano tra le esigenze più disparate; dal trattamento economico del personale civile militarizzato di ditte private, alle necessarie modifiche di aggiornamento delle procedure e degli assetti dei Tribunali Militari di Napoli, Palermo, Milano, Verona e Padova. In veste di Ministro egli riesce ad organizzare un esercito con ranghi che avevano patito le catastrofi del Don e della Grecia, i patimenti dei Balcani e le patibolari prigionie tedesche, oltre che le poco lusinghiere esperienze di Salò. Il suo carattere fermo e deciso, coniugato alla sua proverbiale pazienza e bonomia, lo fanno amare dai comandanti e dalla truppa, che riconoscerà in lui un valido organizzatore e un difensore dei diritti di chi portava l’uniforme. Nella legislatura che scaturisce dalle elezioni del 1958 Pacciardi viene ancora rieletto alla Camera dei Deputati, dove assume l’incarico di Presidente della Commissione Difesa. Negli anni seguenti diventa involontario protagonista di spifferi di calunnia, che lo faranno diventare oggetto persino di una indagine, alla fine della quale, esce del tutto scagionato. Di questo si trattava: Pacciardi, come molti tra gli esseri umani, aveva avuto modo di mettere da parte dei soldi e, come si usa in un sistema liberale, si informava su quale poteva essere il modo migliore di investirli. Gli venne consigliato di acquistare terreni sul versante di Fiumicino, che quella zona avrebbe consentito validi investimenti. Così Pacciardi fece e Pacciardi guadagnò, nel ricederli, dopo l’approvazione dei piani per l’aeroporto di Fiumicino. Tutto in perfetta regola, senza violazione di alcuna legge; sebbene ancor oggi i “gendarmi della memoria”, così ben descritti da Giampaolo Pansa, continuino a calunniarlo.
Pacciardi fu indubbiamente tra i primi uomini politici laici e democratici a capire e lottare per mettere in evidenza le mistificazioni del comunismo italiano e mondiale, che aveva abilmente tolto dalle mani dei repubblicani mazziniani italiani e delle social democrazie europee le giuste ed opportune rivendicazioni degli operai, degli agricoltori, delle donne, degli artigiani, dei giovani, per farne un dogma da ottenersi subito, a qualsiasi costo, rivoluzioni e dittature proletarie comprese. Da militare combattente aveva pure capito che l’odio e le vendette non portavano da nessuna parte, per questo volle rendersi protagonista, lui antifascista puro, della calorosa stretta di mano fatta allo sconfitto generale fascista Graziani, incurante di aver così alimentato altro veleno nei suoi confronti, da parte della solita canea marxista. Nei siti curati dai centri sociali asserviti alla cosi detta sinistra radicale italiana ancor oggi si può leggere l’acredine con cui la figura di questo grande politico di rango viene messa alla gogna. Lo si accusa di aver dato disposizioni severe e punitive verso coloro che manifestavano nelle piazze non solo urlando slogans e sfasciando quello su cui riuscivano a mettere le mani, ma inneggiando alla rivolta a mano armata contro i nemici della classe operaia. Secondo costoro la Prefettura e la Questura dovevano starsene buone buone e far fare loro quello che avevano in animo di fare, ed un Ministro della Difesa non doveva difendere lo Stato e le sue leggi. Tanto per far capire come Pacciardi riuscì a farsi accettare da tutto il corpo militare si ritiene utile ricordare un episodio al riguardo. Egli ridiede fiducia ai quadri e ai ranghi militari, anche con valori di etica e sicurezza. Quando un alto ufficiale dello Stato Maggiore, uno tra i più conosciuti esperti di carri armati in Italia, annunziò le dimissioni, egli le respinse ritenendole non motivate e promosse il graduato, gratificandolo. Sono stati in molti i collaboratori, i colleghi e anche tra gli avversari a riconoscere a Randolfo Pacciardi essere stato senza dubbio il più valente e costruttivo Ministro della Difesa della Repubblica Italiana, oltre ad essere uno tra i parlamentari nazionale più piacevolmente ascoltato, alla Camera o ad un comizio, ad una conferenza o piacevolmente attorniato da amici. “Toro Seduto” questo era il nomignolo con cui veniva citato da molti tra i suoi frequentatori e collaboratori. Lui, quando lo venne a sapere, non si rabbuiò, ed accetto quel soprannome con bonomia, avvantaggiandosi delle qualità positive di quel capo tribù, inconsapevole che da lì a poco anche lui sarebbe stato confinato in una “riserva indiana”, per la tenacia delle idee esternate e per l’audacia con cui le difendeva. Se come responsabile del Ministero della Difesa Pacciardi si sentiva appagato, un po’ meno sereno lo è nell’ambito del Partito. La potente Democrazia Cristiana non è più con De Gasperi, che perde la leadership del governo e del partito, nel partito Repubblicano sono entrati gli azionisti con l’aziendalista ed economista Ugo La Malfa.


 

I giovani rampanti democristiani, tra i quali spiccano Aldo Moro ed Amintore Fanfani, che assumono il timone della “balena bianca”, vengono dall’associazionismo cattolico che “sente” i comuni valori della sinistra e la vuole partner al governo. I mass media, abituati alla sintesi fin dai titoli dei loro prodotti cartacei e radio televisivi, riassumono con “… Pietro Nenni entrerà nella stanza dei bottoni”, per informare che la DC populista vuole governare con i socialisti. Gli stessi socialisti da cui, nel 1921, si era staccata a Livorno l’ala fondatrice dei P.C.I., e da cui Giuseppe Saragat aveva preso le distanze, durante le elezioni elettorali del primo dopo guerra. Randolfo Pacciardi non era in sintonia con questa “voglia” e da par suo l’avversava in ogni modo e maniera, sostenendo che i socialisti italiani di Nenni, Pertini, Lombardi non erano ancora maturi, democraticamente, per governare il Paese. Nel Partito Repubblicano questa diversità di intenti era vieppiù rafforzata dalla caparbietà di carattere dei due antagonisti, che La Malfa e Pacciardi erano personaggi duri a mediare. L’episodio riportato da alcuni organi di stampa, secondo i quali Pacciardi, nel 1961, arrivò persino a malmenare Ugo La Malfa, non ha alcun riscontro della realtà e persino Giorgio La Malfa sorride a chi lo accenna, definendolo una “pacchianata” e riducendo la vicenda ad un violento alterco. Nel 1963 tra Pacciardi e il Partito Repubblicano Italiano fu rottura; che il Partito lo abbia espulso o che lui abbia sbattuto la porta è fatto secondario, di fronte al trauma che decine e decine di tesserati e di attivisti ebbero a seguire, da quel momento e negli anni a venire. Una buona parte di essi, in Toscana( Pietrino Isoppi ed Enzo dall’Avo), Vitaliano Mambelli in Romagna, nel Lazio ( Franco Ficarelli e Mauro Mita), in Lombardia, nelle Marche, in Abruzzo ( Gianni Merciaro), in Sicilia, ed in numerose altre regioni, centinaia di aderenti a “Difesa Repubblicana”, la corrente che a lui faceva riferimento, lasciarono il partito, in cui alcuni di essi avevano militato una vita intera; molti furono i giovani che lo seguirono.
A Pacciardi si unirono personalità del mondo della cultura, delle professioni, della politica, della società civile, con esperienze addirittura in antitesi con le sue; tutti quanti, in special modo, condividevano con lui una riforma costituzionale in senso presidenzialista, cosa questa che determinò il profondo strappo con gli organi di potere di allora, che alla maniera sovietica lo condannarono non solo all’ostracismo ma all’oblio.
Il fiorentino Giuseppe Maranini, professore emerito di Diritto Costituzionale alla facoltà di legge dell’Università di Firenze si mise alla macchina da scrivere e stilò, su ispirazione di Pacciardi, il “ Manifesto per la Nuova Repubblica”.
Primo firmatario del documento fu naturalmente Randolfo Pacciardi, dietro a lui decine e decine di firme di personalità della cultura e della politica, provenienti sia da sinistra che da destra.
Nasce dunque, nel 1964, il “ Movimento Democratico Nuova Repubblica”.


Appello per una nuova Repubblica

 

Appello per una nuova Repubblica

Appello per una nuova Repubblica Pg2

Appello per una nuova Repubblica Pg3

Appello per una nuova Repubblica Pg4

Appello per una nuova Repubblica Pg5

 

Le correzioni, a penna, sono autografe dell’on. Pacciardi.

 


 

 

Quella di Mario Vinciguerra fu una tra le adesioni più convinte. Ne è testimonianza la lettera che il presidente della S.I.A.E. ed insigne letterato e giornalista scrisse a Pacciardi il 18 novembre 1964:

" Caro Pacciardi,

in seguito alla pubblicazione del manifesto del movimento di Nuova Repubblica, avvenuto nel numero di Folla dell’8 novembre, tu mi chiedi se io approvo cotesto indirizzo programmatico. Si, lo approvo, e non potrei non approvarlo senza commettere un atto di incoerenza. La ragione è la seguente: Nell’anno 1955 chiudevo il libro I Partiti politici italiani con le seguenti parole – al punto dove siamo, cioè con una popolazione infittita e che non si arreta nell’accrescimento, con la tendenza crescente dell’eguagliamento delle condizioni sociali, con il suffragio universale, non più relativo, come alla fine dell’ottocento, ma assoluto, la formula della repubblica democratica con la elezione indiretta del presidente non regge più. In sostanza, cosa è questo se non un regime di tipo feudale? E’ una specie di monarchia elettiva, le cui chiavi sono nelle mani di signori feudali, come i grandi elettori del sacro romano impero e i nobili polacchi, fino a quando non mandarono in malora il regno. Si obietta che i deputati e i senatori sono rappresentanti del popolo, da questo eletti, e non elettori per diritto di sangue. E’ una obiezione valida sul puro terreno giuridico. Deputati e senatori non sono sempre tutti i medesimi, è vero, ma nel loro insieme tendono a costituire un ordine chiuso, il quale, a misura che gli si accrescono i privilegi, diventa una casta, non molto dissimile in punto di fatto, dalla casta feudale. In queste condizioni di soverchianti prerogative, sebbene l’assemblea si trovi a quel posto per il voto dei cittadini, è portata ad obliarlo, a distaccarsi dall’elettorato, ed a proseguire certi fini e interessi di congrega. Inoltre, quando l’elettore compila la sua scheda elettorale, pensa alle questioni immediate che sono sul tappeto, alle aspirazioni e ai timori connessi, e vota guidato da queste idee. Non si può pretendere che sia in lui una visione così estesa nel tempo da pensare come i rappresentanti eletti si regoleranno al momento e nelle circostanze, ancora ignote, nelle quali si presenterà la elezione del nuovo presidente della repubblica di là da venire. In fatti questo argomento non è toccato da nessun programma elettorale. Cosicché non è vero che questa sia una effettiva elezione di secondo grado. Quando essa avviene, il lavoro preparatorio si svolge internamente nei conciliaboli dei parlamentari e delle direzioni dei partiti, del tutto distaccati dal corpo elettorale e dalla pubblica opinione. La repubblica democratica per votazione indiretta del presidente è un relitto del secolo XIX. Se si ammette come postulato della società contemporanea la democrazia egualitaria; se si ammette come postulato della vita pubblica contemporanea il suffragio universale assoluto, non c’è altra conseguenza logica a questi due postulati che la repubblica democratica per votazione diretta del presidente - In questo senso e verso questa mèta io penso proficuo alla patria un movimento che s’intitoli ad una nuova repubblica.

Auguri e saluti

Per conoscere meglio la "persona" Pacciardi, torna utile parlare delle di lui abitudini, delle cose che gli piacciono e quelle che non ama. Figlio di operaio e di origini proletarie Pacciardi, dopo i patemi dell’esilio, il sostentamento abbastanza precario suo e della moglia, sempre in giro per il mondo, con tante soddisfazioni, ma pericoli e difficoltà di ogni genere ovunque e comunque, raggiunge cinquantenne una discreta tranquillità economica. Tra Velletri e Cisterna ha una casa colonica con podere, abilmente condotto da contadini che lo adorano. Lì trascorre piacevolmente le giornate libere, passeggiando per i campi con i coloni, o trascorrendo giornate intere nello studio, davanti alla macchina da scrivere, attraverso la quale sforna importanti articoli per La Voce o interventi per il tavolo del Governo o l’emiciclo parlamentare. Le classiche vacanze estive le trascorre a Milano Marittima. Agli affetti familiari è molto legato e in occasioni come quelle delle vacanze estive, oltre l’affezionata Luigina, a Milano Marittima sono presenti i nipoti e qualcuno dei suoi fratelli. Luigina mai ha fatto trasparire il minimo lamento. Ha accettato una vita piena di fughe, l’esilio. Con pochissime risorse a disposizione ben quindici volte è riuscita a mettere su casa. L’ abnegazione di Luigina nei suoi confronti rafforza e qualche volte meraviglia Pacciardi e ne rafforza l’affetto coniugale. Ella era squisitamente di abitudini cattoliche a cui resterà fedele fino alla morte; tuttavia mai ostacolò l’ideologia del marito, che la convinse a sposarlo, strappandola dal suo ambiente dei benpensanti. A Roma vivono in un grande appartamento, munito di un’ampia terrazza, che lo aiuterà a non "sentirsi al chiuso" come gli piaceva confidare agli amici, tra una sigaretta e l’altra, che Pacciardi era anche accanito fumatore. Buon spirito, buon gusto e capacità di misura sempre appaiono negli articoli che scrive per "molti" giornali e periodici ai quali collabora convinto e pertinace; "articoli chiari, densi, rapidi ed equilibrati" scriverà uno dei suoi biografi, il giornalista Brunello Vandano, già citato in precedenza per alcuni pensieri sul "Garibaldi del ventesimo secolo".

Vandano prosegue nella sua descrizione: " Pacciardi è uomo facilmente comprensibile e descrivibile, del tutto privo di tortuosità ed ambiguità. Pure, resta di lui in’impressione alquanto bizzarra, quasi la sua figura massiccia, e la sua risonante personalità, direi quasi ingombrante, avessero qualche aurea di irreale. La ragione di questa aurea è che Pacciardi è uomo estremamente vivo, più vivo di buona parte di quegli uomini che incarnano il panorama politico italiano. E’ un uomo vivo dai sentimenti antichi, copsì come tanti politici suoi contemporanei sono dei cadaveri moderni. Si ha la sensazione che, ove il suo irruento amore alla vita cedesse un solo attimo, egli parrebbe risucchiato indietro nel tempo, non a metà degli anni 70 come adesso, ma agli anni tra il ’15 e il ’26, come un personaggio di un racconto di fantascienza."

Pacciardi chiuse l’intervista a Vandano con queste parole: " Sfidando la morte e la sorte avversa ci si allena, non a soccombere o a morire, ma a vivere……"


PER UNA NUOVA REPUBBLICA

( Discorso a braccio tenuto da l’on. Pacciardi, leader di U.D.N.R., a Roma in P.zza della Repubblica, lato Esedra, il 17 ottobre 1965)


Cittadini, giovani, romani…………. Italiani!

Poco più di un anno fa in un teatro romano la sorte commise a me l’incarico di lanciare un grido di riscossa. Fu considerata somma audacia perché grande era il fine ma modesta la persona e scarsissimi i mezzi. Non si trattava dell’opposizione ad una formula di governo, non si trattava di rovesciare un ministero, non si trattava di creare un nuovo partito politico da porre candidato alla successione tramite formule equivoche di alternativa nell’altalena del sistema. Si trattava di determinare un vosto movimento di opinione pubblica contro il sistema. Si trattava di ritrovare per l’Italia il filone d’oro della grande tradizione risorgimentale, di dare a questa tradizione un moderno contenuto……. Di Istituzioni libere, ordinate, pulite, di creare un nuovo Stato buttando questa poltiglia informe di confusione di poteri, di disordine e di immoralità, di dare un senso alla democrazia riconoscendo davvero al popolo italiano, il diritto sovrano di essere protagonista della sua storia, di richiamare la gente del lavoro ai sacri doveri, di giustizia sociale, e di riscatto, nell’ambito della nostra grande tradizione nazionale che concilia e lega indissolubilmente la redenzione sociale con la libertà e non come massa o mandria, pedissequamente imitatrice di barbari regimi stranieri e grottescamente in gara con quelli come candidata alla schiavitù. Si trattava di rimettere l’Italia, come Entità civile, l’Italia non più virile e quasi vergognosa di essere entrata in Roma il 20 settembre del 1870, nel consesso delle Nazioni moderne con la sua propria vocazione nazionale, europea e universale quale già si era manifestata quando per molti dei nostri predecessori none ra stata che un sogno in esilio, non….. per riaprire ferite nella coscienza cattolica che oggi consideriamo tutti rimarginate e chiuse, ma nella piena coscienza che l’Italia è l’Italia nella sua piena sovranità e se ne gloria, con Roma, unica… grande sua Capitale.
Si trattava di lanciare un appello ai giovani, irrequieti, scontenti, delusi che nelle suole imparavano il necessario per gli esami e la conformistica obbedienza per vivere, ai giovani, che in questi ultimi anni hanno atteso invano una data, un nome, un fatto che avesse onorato la bandiera nazionale,ai giovani ai quali mai abbiamo dato lo spettacolo del coraggio della baldanza, del carattere, della poesia e del disinteresse, bensì dell’intrigo, della malizia, della simulazione, che intessono in una piatta mediocrità l’equivoco positivismo di ogni giorno. Ai giovani, che si intruppano con il più forte o evadono dallo “schifo” della politica, che poi è evasione dai grandi doveri civili, o si rifugiano in sterili nostalgie; si trattava di lanciare un supremo appello a questi giovani disperati o scettici perché nel vasto ossario della nostra infelice penisola, un ideale nazionale moderno ritrovassero la inspirazione per un pensiero nazionale, un ideale nazionale moderno, un ideale della loro generazione, passata prematuramente attraverso infinite e tragiche esperienze, e al di là delle contingenze dove guazzano oggi, tra piccoli uomini e tristi cose; giovani che riscoprissero la fede nella Patria, nel diritto, nella morale, nella dignità dell’uomo. Nella sovranità dello Stato, nei destini dell’Italia, dell’Europa, dell’Umanità.
A questi giovani ho detto in piena sincerità e purità di spirito che è anacronistico e stolto dividersi ancora in fascisti ed antifascisti, in monarchici e repubblicani, cioè ripetere odi, passioni, tormenti di altre generazioni; che la vita continua e che l’Italia resterebbe inchiodata al passato, ferma, fiacca bugiarda e vuota, se essi rinunziassero a portare il loro contributo fresco, puro, entusiasta, insostituibile, indispensabile al progresso, alla civiltà, alla storia d’Italia. Nessuno di Voi, spero, ha pensato che questa fosse un’impresa facile e con risultati immediati. I profittatori del sistema sono molti e agguerriti. Essi hanno a disposizione la macchina dello Stato, l’innumerevole complesso degli Enti, la pingue foresta del governo e del sottogoverno, un immenso apparato assistenziale, una vastissima rete di interessi e questa forza imponente crea fatalmente un particolare ambiente che irretisce, tenta, corrompe, svirilizza anche le migliori buone volontà. C’è, lo sappiamo, anche una vera opposizione all’interno di questo sistema, un’opposizione che ha senza dubbio la sua forza e la sua utilità ma ha i suoi limiti proprio nel non riconoscere che è sbagliata, non … la democrazia… ma questa… democrazia che non è fondata sul popolo ma sui partiti e fatalmente degenerata in soprastrutture partitocratriche e feudalistiche.
Questi oppositori credono di aver trovato la via più facile, temono ogni movimento nuovo, ogni intervento iconoclastico che disturbi il loro gioco e si condannano ad una fatica di Sisifo, appiattendosi dietro la Costituzione, come il Levito dietro l’arca. La vera e più temibile opposizione è quella del partito comunista che anche esso finge un bugiardo ossequio alla Costituzione e prospera sulla debolezza dello Stato e del governo, con mezzi senza limiti, con addentellati internazionali potentissimi, con irradiazioni e complicità dirette o indirette per compiacenza e per viltà nei gangli più vitali del potere e nel governo stesso. Sapevamo bene che tutte queste forze ci sarebbero state nemiche, che noi avremmo dovuto pestare nel mucchio con disperato coraggio, che qui non vi erano ne titoli ne croci, non ministri, non dirigenti di enti, non posticini nella palude del sottogoverno; da questa parte c’era soltanto una voce senza equivoci, senza sottintesi, senza compromessi, senza paure, per raccogliere il bisogno, lo sdegno, la volontà della Nazione.
Oltre al resto viviamo in una Nazione di lunga storia, in una Nazione che ha visto e vissuto cambiamenti di regime; ha sofferto tante delusioni per cui anche le intenzioni più oneste si infrangono contro la diffidenza e un fondamentale pessimismo, in una Nazione dove il Pantheon raccolse gli dei, poi il re e li vide uscire, con sovrana e popolare indifferenza, come c’erano entrati.
Eppure l’aiuto più grande ci viene ogni giorno dai nostri avversari coi loro intrighi, con la loro mediocrità, con le loro debolezze, con i loro scandali con le loro ruberie, col loro disordine, con la loro incoerenza, col loro trasformismo, con le avventate misure che
Prendono nel campo economico, per cui noi tutti stiamo proprio toccando il fondo dell’abisso e anche un popolo paziente e tollerante come il nostro che però vive malgrado tutto al cospetto di grandi monumenti e di grandi memorie e soffre l’insulto della meschineria e della mediocrità della sua classe dirigente, è ormai pervaso da un irresistibile impulso di rivolta morale.
Dovunque, nelle città, nelle campagne, nel palazzo del ricco o nella caverna dello sfollato il coro della protesta è generale: “ Così non si può andare avanti”.
Illustri personalità della diplomazia, dell’esercito, della scienza, della cultura, del giornalismo, da Rossi Longhi a Cadorna, da Mancinelli a Vinciguerra, da Baronia a Smith, a Alfredo Morea, a Sanfilippo, alle vedove di medaglie d’oro, hanno messo il loro nome e dato il proprio impegno a questa grande battaglia. Dalla cattedra a larghi settori della Magistratura, c’è venuto il conforto della validità delle nostre impostazioni. Ormai è assurto a luogo comune dire che questo Stato è antiquato e inefficiente, che la partitocrazia è caricatura della democrazia, che la Costituzione o non è applicata in istituti essenziali come il referendum, o la regolamentazione di sindacati e partiti politici, o è desueta e anacronistica, oltre che poco conosciuta dai più.
In questa Costituzione democratica c’è un grande assente: il Popolo: Abbiamo sempre imparato che una Repubblica è sinonimo di sovranità popolare.
In questo Paese, così malamente governato, il Popolo non c’è, non dico come sovrano, ma nemmeno come inquilino; C’è un altro grande assente ed è la competenza, in tutti i vertici dello Stato. IL popolo vota ogni tanto per la nomina dei suoi rappresentanti al parlamento ma lo fa sulle liste preparate dalle direzioni dei partiti. Il popolo non elegge il capo dello Stato. Il Capo dello Stato è eletto dal parlamento su candidature presentate dalle direzioni dei partiti.
Le leggi più importanti sono prima discusse e poi concordate dalle direzioni dei partiti, così come il programma di governo. Il programma del governo è concordato dai partiti attraverso le loro direzioni. Le nomine, agli alti e ai piccoli incarichi, sono fatte su indicazione della direzione dei partiti nei posti ministeriali, negli enti statali, nei servizi pubblici, nelle camere di commercio, nelle casse di risparmio, perfino nelle banche. E i partiti hanno una organizzazione gerarchica con consorterie e correnti che si contendono il potere nel partito perché coincide con il potere dello Stato. Questa dittatura occulta dei dirigenti di associazioni private senza alcuna responsabilità, questa consorteria di pochi uomini che concentrano nelle proprie mani tutto il potere all’infuori e al di sopra degli stessi organi di potere previsti dalla Costituzione è ciò che si proclama democrazia italiana nell’anno 1965 dell’era volgare, dell’era volgarissima nella quale viviamo.
E poiché la nostra stessa Costituzione non prevedeva questa inversione di poteri, c’era da domandarsi se questo sia uno Stato di diritto e persino uno Stato Legale. ……
….. tutte le crisi si accumulano nella nostra testa. C’è una crisi istituzionale.
Ormai tutti ne parlano, tutti la denunziano. La denunziano i professori di diritto costituzionale dalla cattedra, la denunziano i più famosi magistrati, persino quelli della Corte Costituzionale, e la denunziano pure anche uomini eminenti di tutti i partiti. In uno stato di diritto non esistono poteri senza responsabilità. Con tutto il rispetto che si deve al capo dello Stato, chiunque sia, vi domando quale è la norma costituzionale che autorizza il Capo dello Stato a fare discorsi in piazza, a condurre in prima persona trattative delicate all’estero. Vi domando quale è la norma costituzionale che autorizza i partiti, non regolamentati da alcuna legge, nonostante la Costituzione lo preveda, ad assumere così apertamente tutto il potere. In Italia non esiste la divisione e l’autonomia dei poteri con funzioni e responsabilità ben delimitate e conosciute. Non esiste precisione di rapporti giuridici fra il Ministro e l’Amministrazione.
Dire queste cose, dirle in piazza, apertamente, coraggiosamente, significa esporsi alla calunnia, significa provocare il terrore nella turba dei profittatori di regime che hanno paura delle trombe. E per ciò non ci fanno parlare, alla radio e alla televisione, periò hanno istituito intorno a noi la congiura del silenzio, in questo tutti concordi, governo e opposizione. E’ troppo comodo rinchiudersi nella propria fortezza di potere e comportarsi come quel buffo personaggio illustrato da un nostro antico novelliere, che si rinchiuse nella propria camera, abbassò tutte le imposte, poi accese una candela e gridò; ho creato la luce. Noi romperemo questa congiura mafiosa delle nuove baronie feudali che questa classe dirigente ha creato in Italia. Noi crediamo alla forza della ragione che è superiore alle sette e agli errori da queste commesse. C’è una crisi politica, specialmente da quando in Italia i partiti politici, senza alcuna affinità, senza ideali e credenze comuni, si sono trovati d’accordo nell’arraffa arraffa nella fattoria che si chiama Stato.
In nulla sono d’accordo. La democrazia cristiana è religiosa, almeno credo, gli altri sono atei. La democrazia cristiana parteggia per la libera impresa, gli altri propendono per le statalizzazioni. Un governo capeggiato da un democratico cristiano ha firmato il Patto Atlantico, gli altri lo vogliono superare e demolire. Allora perché stanno insieme? E’ esatto quello che anche voi pensate: per dividersi il bottino dello Stato feudalistico.
Non ci sono più soldi per rimediare a certe situazioni lacrimevoli dei pensionati, specialmente dei più vecchi. Non ci sono più soldi per le pensioni ai combattenti e per i mutilati, mille volte ufficialmente e bugiardamente promessi. Non ci sono più soldi per gli agenti dell’ordine, esposti senza orario. A lavori estenuanti. Non ci sono più soldi per imbrigliare le acque dei fiumi e torrenti, per impedire che la melma invada gli acquedotti.
Non ci sono più soldi per i problemi della campagna, non ci sono aule e risorse per la Scuola. Non ci sono letti per gli ospedali. Gli amministratori dello Stato saccheggiano gli enti di Previdenza e di Assistenza dove i versamenti degli operai, degli impiegati e dei produttori, fanno qualche volta la fine che si vede nei più ignominiosi processi della storia giudiziaria italiana, con malfattori responsabili di Enti pubblici che speculano sulle rette di bambini ammalati.
C’è una profonda crisi sociale. I lavoratori sono rappresentati da sindacati anche essi asserviti ai partiti che giocano sulla pelle dei contadini, degli operai e degli impiegati in una ginnastica demagogica di settore che non tiene conto ne delle leggi del mercato ne degli interessi generali della collettività, tanto poi i lavoratori pagano loro col costo della vita, con la disoccupazione.
C’è una profonda crisi morale che scendendo dall’alto corrode e distrugge il tessuto sociale della Nazione, come si è visto nella collusione fraudolenta tra enti e partiti.
Forse voi non riuscite a comprendere la tragedia spirituale di uomini come me, che per la repubblica, per noi un sogno… quasi un mito, hanno buttato al vento tutta una vita ed oggi assistono a tale scempio dei loro sogni e delle loro speranze.
Come non continuare a lottare per una repubblica nuova…. una Nuova repubblica.
Su questa delusione, su questo scontento, su questo scempio speculano coloro che, provvisti di mezzi giganteschi, rinforzano continuamente le loro file e si presentano come portatori di nuove civiltà.
Quale civiltà, quella degli uomini inquadrati e disciplinati in uno Stato al servizio dei tiranni di turno che si scambiano il potere in lotte da giungla nel giro, al massimo di trecento persone, senza che non dico il popolo ma persino gli apparati di partito ne sappiano qualche cosa? Quella che vuol liberare il lavoratore dallo sfruttamento del capitale privato, abolendo le classi, ed invece ha creato, con la complicità dei cattolici sociali guidati dal clero compiacente, un capitalismo di Stato mille volte più sfruttatore e tirannico nel quale l’uomo è risotto a una marionetta senz’anima e senza coscienza……..
……… C’è infine una crisi internazione. Crisi nelle istituzioni europee. Era questo il solo ideale valido, nato dalla melmosa e desertica palude del dopoguerra. Il nostro governo si atteggia a primo della classe nell’affermare i principi, ma nell’azione pratica riesce, minimizzando, a ridimensionare le sconfitte o a distorcere fatti concreti.
Il carattere provocatorio anti risorgimentale di questi governi si svela ad ogni manifestazione. Insufficiente nella politica interna, rovinoso nella politica economica, disastroso nella politica internazionale. Portiamo una corona al Milite Ignoto e chiediamogli perdono se noi vivi non abbiamo trovato ancora la forza ed il coraggio di sollevarci da questa putredine.
Poi presentiamo… sull’attenti, ai nostri morti, il volto augusto di una Patria quale essi la sognarono più libera, più ordinata, più bella, più giusta, più morale, più pulita.


Nel 1975, pubblicato da Barulli, editore in Roma, venne alle stampe il libro “ Da Madrid a Madrid”.

L’autore del libro è Randolfo Pacciardi.

Il sergente Pacciardi, nato a Giuncarico, nella provincia di Grosseto nel 1899, ottenne per il suo ardimento, ben due medaglie d’argento ( venne segnalato per entrambe in oro, per il valore dimostrato in battaglia; ottenne l’argento solo in quanto repubblicano, inviso allo stato maggiore militare di formazione monarchica). Più tardi, da reduce, nella sua terra si distinse per le sue prese di posizione democratiche, lasciando scritto a più riprese sul periodico grossetano “Etruria Nuova”, agli inizi degli anni venti dello scorso secolo, la sua avversione alle protervie dei fascisti.
Venne chiamato poco dopo a Roma, dall’avvocato Giovanni Conti, figura eminente del repubblicanesimo risorgimentale italiano, il quale inserisce il giovane avvocato Pacciardi, come praticante, nel suo studio. Come reduce e decorato della “grande guerra” fonda, assieme al figlio di Cesare Battisti, Luigi, ed altri personaggi celebri l’organizzazione democratica “Italia Libera” alla quale aderiscono migliaia di giovani ex combattenti. Nell’agosto del 1923 viene ucciso ad Argenta, paese dell’Emilia, il prete Giovanni Minzoni, il quale, con la sua attività ed apostolato, era inviso al regime che si andava affermando.
Uno dei sicari, pentito o scontento, non lo sappiamo, si mise in contatto con l’avv. Conti, mostrando a ocostui la lettera del tribuno Italo Balbo, il quale invitava i fascisti locali, a “dare una memorabile lezione a quel prete”. Nel quotidiano del partito “ La Voce repubblicana” Giovanni Conti pubblicò la lettera di cui era venuto in possesso. Italo Balbo, sicuro della impunità, querelò il giornale ed il suo difensore. I giudici del tribunale di Roma, assolsero il quotidiano repubblicano ed il suo direttore, condannando, con un residuo d’orgoglio, il tribuno al pagamento delle spese processuali.
Qualche tempo dopo, un giorno di dicembre del 1926, Pacciardi, alle cinque del mattino, sentì dei forti colpi alla porta di casa. Viveva solo, a Roma, e l’unica cosa che pensò fu qyella che a quell’ora clienti dello studio legale non potevano essere e neppure alcuno tra i pochi amici. Svelo, aprì la finestra della cucina, saltando sul tetto e dileguandosi. Riuscì, così, a sfuggire alla cattura da parte dei militi in orbace. Raggiunse Grosseto, dove riuscì a sposarsi con Luigina. Infine riuscì a raggiungere il Trentino, dove lo aspettava la vedova Battisti, che lo aiutò a servirsi di alcuni contrabbandieri per raggiungere la Svizzera. Randolfo Pacciardi a Lugano divenne quasi un mito, tra l’episodio di Bassanini, con il suo volo su Milano e il fallito attentato al duce, con Luigi Delfini.  
“ La centrale di Lugano”, il bellissimo libro di Paolo Palma racconta quelle imprese. Le autorità svizzere di quel cantone si convinsero delle noie che Pacciardi recava, nello svolgimento degli affari con la vicina Italia, fino al punto di decretarne l’espulsione nel 1933. Da Lugano i coniugi Pacciardi raggiunsero Parigi. Nel 1936 Pacciardi ricevette una lettera, da Carlo Rosselli, leader del movimento politico “Giustizia e Libertà” , nella quale viene proposta la formazione di una legione italiana nelle brigate repubblicane spagnole, che contrastavano i fascisti del generale Franco. In Spagna, con i gradi di maggiore dell’esercito spagnolo repubblicano, Pacciardi comandò il Battaglione Garibaldi, composto da volontari italiani, assieme a tanti altri volontari europei provenienti da numerosi paesi dell’Europa, compresi francesi, tedeschi, greci e russi.
Le vicende di Pacciardi durante la guerra di Spagna sono lo spunto del volume uscito nel 1975. E’ da li che Pacciardi si racconta, dopo gli accadimenti del 1974, quando il giovane e rampante magistrato Luciano Violante gli getta addosso l’infamante accusa di tramare contro le istanze democratiche della repubblica italiana.
Di carattere sobrio, per quanto accanito fumatore, Pacciardi riesce a gestire con la consueta arguzia la tempesta che si abbatté su di lui e tutti gli aderenti alla Unione Democratica Nuova Repubblica, arrivando al 1978 con il ritiro del fascicolo giudiziario, senza arrivare ad alcun procedimento penale perché “il fatto non costituisce reato”. Prima da solo (aveva lasciato il Partito repubblicano fin dal 1964), poi assieme all’ambasciatore liberale Edgardo Sogno ( per questa vicenda tenuto ingiustamente il galera per diversi mesi), Pacciardi aveva organizzato in molte piazze d’Italia comizi, cui avevano partecipato decine di migliaia di cittadini, che propugnavano il metodo presidenzialista per l’elezione del capo dello stato, che sarebbe stato, al contempo, anche capo di governo.
L’accusa lo considerava un cospiratore, sodale all’estrema destra, quindi fascista anche lui, accusandolo di aver partecipato a Madrid ad alcune riunioni, preparatoria al presunto golpe. Il libro da Madrid a Madrid nasce per questo, dimostrando palesemente che l’autore, dopo aver lasciato la Spagna per le note divergenze con i comunisti, i quali comandavano alla legione Garibaldi di intervenire con compiti di polizia a Barcellona, per sedare tumulti irredenti del patrioti catalani,, a Madrid da allora non c’era più tornato, dopo il ritorno in Francia, la fuga a Casablanca, il tentativo in USA di mettere in piedi una legione di volontari italiani da affiancare alle truppe prossime allo sbarco in Normandia. “L’antifascismo italiano in America” di Paolo Palma racconta, con dovizia di particolari, quel lodevole tentativo, non arrivato in porto per l’aperta ostilità della Gran Bretagna e della Francia, le quali volevano che l’Italia post fascista pagasse comunque il fio di quel ventennio. Pacciardi alla Assemblea Costituente, Pacciardi politico, deputato e ministro, sostiene la richiesta di Ugo La Malfa che chiede di entrare a far parte del P.R.I. dopo la diaspora del Partito d’azione, venendo ripagato quasi vent’anni dopo con l’allontanamento dal partito.
Due anni dopo il proscioglimento dall’accusa di golpe, il partito repubblicano italiano, il cui segretario nazionale è divenuto il giornalista, scrittore e docente universitario Giovanni Spadolini, gli restituisce la tessera, inserendolo di diritto nella direzione nazionale. Fino al 1991, anno della morte, Pacciardi, senza la sua Luigina, morta anni prima, e senza figli costituisce per i repubblicani mazziniani italiani una delle luci più vivide della sapienza.

Ecco cosa scrive, nell’introduzione del volume: “ Da Madrid a Madrid”. ( Renato Traquandi www.sentierirepubblicani.it Gennaio 2015) Chi ha letto il primo volume “ Protagonisti grandi e piccoli” sa che ne avevo promesso un secondo, non riferendosi alle persone ma ai problemi italiani del mio tempo. Non esito a cominciare il volume con due discorsi che ho pronunciato a Madrid quando ero alla testa del battaglione Garibaldi, il primo per dare agli italiani che ascoltavano le radio straniere notizie di questo battaglione formato da profughi antifascisti di ogni corrente, il secondo immediatamente dopo la battaglia di Guadalajara che io diressi nella controffensiva vittoriosa. Il tono è drammatico come imponevano le circostanze, ma mi sembra anche oggi umano e sereno. Il libro finisce con la riproduzione di un articolo recente “ Cospirazione a Madrid”.
Dal 1937 al 1974 si svolge l’arco o la spirale della mia vita e mi illudo di credere che si tratti della vita onorevole di un combattente disinteressato che sposa con sincerità e con coraggio le cause che gli sembrano giuste e belle. Fra i miei discorsi d’esilio ne ho scelto uno che mi sembra significativo. La miseria e le difficoltà dei profughi li espone a tutte le tentazioni.. Io ho la coscienza di essere sempre stato indipendente e di non aver mai subìto pressioni e influenze da parte dei governi che mi ospitavano nei loro paesi. Nel 1933 fui espulso dalla Svizzera per azioni antifasciste che continuai malgrado precedenti ammonimenti e richiami.
In America con Toscanini, Salvemini, Borgese, La Piana, don Sturzo ho continuato la battaglia fondando il giornale “Italia libera” che si onorò della collaborazione di questi illustri personaggi. Quando ci sembrò che i governi alleati volessero ferire i nostri interessi nazionali non esitammo, Salvemini, don Sturzo ed io, contro lo stesso governo americano in difesa di Trieste e dei naturali confini del nostro paese. Pubblico il discorso da me pronunciato in una imponente manifestazione patriottica alla “ Carnegie Hall” anche per riabilitare i nostri esuli sempre sospettati di trafficare coi governi stranieri ai danni della patria. Ritornato dall’esilionel 1944, dopo la liberazione di Roma, ho pronunciato il mio primo discorso al teatro Adriano.
E’ una veemente requisitoria contro la monarchia. Cominciava la battaglia per il “referendum” istituzionale che la liquidò. In quel periodo ho parlato a tutti gli italiani in tutte le città.. Molti discorsi sono stati già raccolti in opuscoli da Milano a Genova, da Napoli a Palermo. In questo volume ne pubblico uno che pronuncia a Bologna dal balcone di palazzo d’Accursio, raccolto da Salvemini ne “L’Italia libera” di New York quando mi successe più autorevolmente alla direzione del giornale .
Il 9 febbraio 1945, dal balcone del Campidoglio, commemorai la repubblica mazziniana del 1849. Avrò ricordato quella data centinaia di volte. E’ una data memorabile per i repubblicani d’Italia. C’è Mazzini nelle giornate migliori della sua vita; ma alla vigilia della proclamazione della repubblica italiana una lacera bandiera innalzata nel Campidoglio era, per la folla festante che ascoltava il discorso, come una fiamma.

La repubblica fu. Il 16 giugno non commemoravo più. Inauguravo il grande evento. Il sogno della mia vita si realizzava. Attiro l’attenzione dei lettori su questo discorso. C’è certo l’ebbrezza della vittoria, ma c’è anche una superiore ricerca di unità nazionale, una mano tesa ai nemici della repubblica, “La repubblica” dicevo “sarà sarà davvero il regime della riconciliazione nazionale se i nostri avversari saranno capaci di anteporre la lealtà democratica e il superiore bene della Nazione alle passioni faziose. La stessa distinzione fra fascisti e antifascisti potrebbe fra poco nona vere più ragione di essere.” Promettevo costumi onesti e illibati. “ Con la sua dignità ed etica di cittadino riacquista la sua responsabilità individuale la sua responsabilità individuale e sociale, ma non si creda che la repubblica, sarà puro cambiamento formale. I problemi della giustizia sociale saranno decisamente affrontati nella libertà e al fine di garantire la libertà, non per sopprimerla.”
“Esclusi i criminali e i profittatori, che resteranno al bando della Nazione, noi che siamo repubblicani antichi e – permettetemi di dirlo – senza macchia, ci faremo propugnatori di una più vasta e radicale amnistia di quella che è stata testé annunciata”. Togliatti, allora ministro della Giustizia, quando fu violentemente attaccato per l’amnistia, disse che si era ispitao al mio discorso. Sarà vero, ma io dissi di escludere criminali e profittatori. Lui escluse i responsabili di “delitti particolarmente efferati”, cioè estese l’amnistia a tutti. Comunque, questo era lo spirito della vittoria repubblicana: la riconciliazione nazionale, la fine delle lotte passate, l’anno zero, una nuova vita. L’abbandono a queste illusioni era totale.
L’osservazione di Lamartine “quant’era bella la repubblica sotto l’impero” ci pareva scettica e empia. Io avevo sempre rifiutato di partecipare ai governi del CLN. Facchinetti e Macrelli vi rappresentarono nell’ultimo scorcio, il partito repubblicano, io no. Dicevo agli amici che dovevamo dare l’esempio di disinteresse, non agghindarsi di ciondoli e chincaglierie, che saremmo stati più forti nella funzione di padri nobili della nostra repubblica. Nella Costituente la mia azione non fu ne assidua ne brillante. Mi occupavo prevalentemente del partito repubblicano percorrendo tutta l’Italia in una costante azione di propaganda che alla mia coscienza sembrava un apostolato. Sapevo che fatta la repubblica bisognava fare gli italiani. Disgraziatamente la repubblica era nata male dopo una disfatta e l’occupazione straniera.
L’istituzione doveva meritarsi il favore del popolo. Avevo piena fiducia in Conti, Perassi, Zuccarini che partecipavano attivamente alla redazione della carta costituzionale. Volli io che della commissione ad hoc facesse parte anche De Vita che era favorevole alla repubblica presidenziale. Avevo io stesso quest’idea ( in ambienti culturali feci qualche conferenza sulle istituzioni americane), ma, come ho detto tante volte, prevalse in me il timore, dopo un regime personale, di dare troppa autorità a un uomo, ed ebbi torto. Conti e Perassi, secondo la tradizione repubblicana post-risorgimentale, pensavano a un tipo di repubblica simile a quello svizzero con ordinamento regionale, referendum, iniziative popolari e governi stabili. Mai la scuola repubblicana aveva preso per modello la repubblica parlamentare francese.
Cattaneo, Rensi, Ghisleri avevano insegnato nella Svizzera italiana e specialmente quest’ultimo, diventato il padre spirituale dei repubblicani moderni, aveva sempre acerbamente criticato il parlamentarismo. Quando Degasperi, divenuto capo del governo, ruppe con l’estrema sinistra socialista e comunista, invocò la mia partecipazione personale al governo e quella di Saragat offrendo a me e a lui la vicepresidenza del consiglio. Io avevo chiesto il Ministero degli Interni.
Degasperi mi offrì qualche cosa di simile ponendomi a capo di un comitato interministeriale per l’ordine pubblico. Il 18 aprile 1948 Degasperi stravinse le elezioni anche a nostro danno. Io ero realmente intenzionato di ritornare al partito e detti le dimissioni. Il presidente del consiglio mi invitò pubblicamente a ritirarle; lo fece con una lettera nella quale richiedeva la collaborazione del partito repubblicano, e mi offri il Ministero della Difesa.
E’ ora opinione generale che il quinquennio 1949 – 1953 fu il periodo migliore della nostra repubblica. Io non so fare molte cose insieme. La ricostruzione delle forze armate fu un impegno faticoso e esaltante che divorò tutte le energie del mio spirito. Non mi turbò la campagna che monarchici e fascisti scatenarono contro di me. Ero sempre dell’idea che bisognava dimenticare il passato, ma dimenticarlo tutti, non ricominciare l’urto delle fazioni che hanno sempre avvelenato la nostra storia. Dissi fermamente che la repubblica doveva essere generosa ma non debole e criticai “gli insulsi pedagoghi” che opponevano gli opuscoli alle bombe. Non alludevo a Benedetto Croce, ma i liberali lo cedettero e accettai, benché ministro, un pubblico e civile contraddittorio con Cocco-Ortu. La nostra massima preoccupazione in quegli anni era quella di liberarci dal peso della sconfitta, di superare le brutali condizioni del trattato di pace, di firmarlo per necessità, ma poi accantonarlo e stracciarlo. E’ viva nella mia memoria la reazione della destra contro la firma e la vivace polemica che Vittorio Emanuele Orlando fece contro Degasperi e anche contro di me. Credo anche oggi che avevamo ragione noi. Nel 1949 il governo era molto incerto circa l’adesione dell’Italia al patto atlantico. In realtà, tranne la Francia che teneva alla nostra adesione, non ricevevamo dagli alleati particolari sollecitazioni.
Alcuni governi anzi non erano favorevoli. Sforza, io, l’ambasciatore negli Stati Uniti Tarchiani, Ivan Matteo Lombardo, ritenevamo che l’adesione al patto atlantico fosse soprattutto una necessità italiana. Entrare in una grande alleanza da pari a pari, significava davvero sormontare la sconfitta, provvedere nel solo modo possibile allora, alla difesa nazionale, distruggere totalmente almeno le clausole militari del diktat, creare le premesse per risolvere il problema dei nostri confini orientali. Nel consiglio dei ministri ci si atteneva normalmente ai vari ordini del giorno ( vari provvedimenti in ogni settore) ma non facevamo discussioni politiche. Ordine del giorno o no, io ero fermamente deciso a porre la questione che mi stava a cuore: dovevamo partecipare alla alleanza atlantica. Ad uno ad uno tutti i ministri furono d’accordo con me, tranne Saragat che però non molto tempo dopo accederà alle tesi degli altri. Sinistre e destre unite scatenarono una campagna contro il governo culminata in un duro e prolungato ostruzionismo parlamentare.  
Degasperi, dopo la ratifica del trattato in Parlamento, mi pregò di andare a Parigi per incontrare Lèon Blum e invitarlo con tatto a influire su Nenni e i socialisti italiani perché ammorbidissero il loro atteggiamento. Ebbi con Lèon Blum un lungo e cordiale colloquio nella sua villetta nei dintorni di Parigi e naturalmente parlammo del patto atlantico e d’altro. Era un letterato, un po’ come Turati e la sua conversazione era piacevolissima. Gli strappai caute promesse ma non so se si mosse. I socialisti accettarono il patto atlantico soltanto quando ruppero il patto d’unità d’azione coi comunisti e entrarono nei governi di centro-sinistra. L’altra preoccupazione del governo che Degasperi sentiva in sommo grado era l’unità europea. Fra Adenauer e Schuman, Degasperi, che poteva parlare con loro in tedesco e ne diventò amico, era quello che sosteneva le posizioni più avanzate. Vedeva nella comunità europea di difesa un passo decisivo per l’integrazione europea, anche indipendentemente dall’unità politica. Io ritenevo invece che si dovesse prioritariamente, almeno delineare una istituzionale comunità politica europea.

“Il carbone e l’acciaio sono materie brute, gli scrissi, ma i soldati sono anime”. Debbono servire una Patria e una bandiera. Quando ottenne che nel trattato della CED ( Comunità Europea di Difesa) fosse incluso l’impegno di creare una patria europea con un potere dirigente, un Senato e una Camera dei popoli, ogni mia esitazione sparì. Sono molti i miei discorsi per l’unità europea alla Camera e fuori. In questo volume ne pubblico uno pronunciato con Gonella e Spinelli al Teatro Sistina di Roma alla presenza di Einaudi, allora presidente della repubblica. E’ noto che gli Stati Uniti, l’Inghilterra e la Francia, col patto cosiddetto “tripartito” assegnavano all’Italia tutto il territorio dello Stato libero di Trieste ( zona A e zona B). Nel gennaio del 1953 gli ambasciatori delle tre potenze ci avvertirono ufficialmente che si era creata una nuova situazione col distacco di Tito dal Cominform e ci comunicarono che avevano deciso di dare prestiti e armi alla Jugoslavia. Degasperi mi invitò ad andare a Washington per chiedere spiegazioni più dettagliate e per ottenere, se possibile, almeno un rinvio delle decisioni. Era il momento peggiore perché in America si svolgevano le elezioni presidenziali, quelle nelle quali fu eletto Eisnhower.
Dissi chiaramente che se si dimostrava che si potevano dare aiuti militari a una potenza estranea al patto atlantico in conflitto d’interessi con l’Italia che faceva parte dell’alleanza, noi ci riservavamo di fare le stesse cose. Citai l’esempio di Mossadeq ( Iran) e di Naguib ( Egitto) che non erano in conflitto con noi ma con l’Inghilterra nostra alleata. Ottenni un breve rinvio degli aiuti a Tito per pura cortesia. Allora dissi a Degasperi che, avendolo minacciato, dovevo fare il viaggio in Egitto. Degasperi non amava molto questi gesti. Me n’ero già accorto quando il generale Winterthon, governatore di Trieste, fece bastonare studenti e popolani che in quella città avevano manifestato per la sua italianità e poi avevano fatto un corteo in piazza dell’Unità. Slataper mi telegrafò informandomi dell’accaduto e io telegraficamente gli risposi che Trieste aveva resistito agli imperatori austriaci e non sarebbe stato certamente un qualsiasi Winterhton che l’avrebbe domata. Il telegramma fu pubblicato dai giornali.
Degasperi e Andreotti non gradirono questo gesto, Taviani si schierò dalla parte mia. Comunque mi feci invitare da Naguib attraverso l’addetto militare, e sul canale di Suez salutai con la bandiera italiana l’equipaggio della nave “Mirella” che aveva rotto il blocco inglese a Mossadeq. Essendo in Egitto mi recai a deporre una corona nel cimitero dei soldati caduti a El Alamein e vi pronunciai un discorso che si troverà nelle pagine del libro. Non ho invece riportato perché troppo tecnici , i discorsi che pronunziai alla Camera sui problemi della difesa. Nel 1953 il popolo respinse la legge elettorale con sistema maggioritario che anche i repubblicani ritenevano necessaria per la stabilità dei governi e per una migliore articolazione delle maggioranze. Degasperi stesso non ottenne la fiducia del Parlamento e morì non molto tempo dopo.  
Nel 1956, come deputato, parlai su bilancio della difesa,. Il discorso mi è sembrato degno di essere riprodotto. A una Camera ignara di queste cose e piuttosto sprovveduta dissi della prossima creazione dell’arma assoluta ( il missile intercontinentale) e dei satelliti. Poco dopo il mondo attonito apprese del leggendario viaggio dello Sputnik. La mia rottura coi comunisti era già avvenuta nella guerra di Spagna. Combattere il fascismo insieme coi comunisti non voleva dire essere comunisti o utile idiota dei comunisti, così come Rosselli, combattendo con gli anarchici, non era per questo diventato anarchico. La mia posizione ideologica era ben nota non soltanto ai comunisti italiani e a tutte le brigate internazionali ma anche agli istruttori sovietici. Finchè le forze repubblicane erano in posizione di resistenza quasi disperata, evidentemente non c’erano contrasti né si rimarcavano, nel battaglione, differenze politiche. C’era una perfetta fusione di spiriti, disciplina, unità di comando.
Debbo dire anzi che i combattenti comunisti rispettavano il comandante repubblicano, lo stimavano e gli volevano bene. Il primo “commissario politico” Roasio era un operaio intelligente, cooperava lealmente con me, e mi era molto utile. Le cose cambiarono in tutta la Spagna quando l’esercito repubblicano dispose di molte brigate a maggioranza organizzate dai comunisti e sotto l’influenza comunista. Si ricordi che la Francia e l’Inghilterra avevano proclamato il non intervento, mentre l’URSS era intervenuta con carri, istruttori, aerei, in favore dei repubblicani. Ricordai queste cose prima a Naguib e poi a Nasser, nel mio secondo viaggio in Egitto quando il paese dei Faraoni era invaso da tecnici, istruttori, esperti, agenti che seguono sempre le armi sovietiche. Quando l’esercito repubblicano spagnolo sperò di vincere era fatale che i comunisti pensassero al futuro politico della Spagna e tentassero di impadronirsi della rivoluzione.
Così vennero i conflitti con gli anarchici e con gli stessi comunisti trotskisti di obbedienza non moscovita che ebbero ripercussioni anche nel battaglione italiano, dato che io ero fermamente deciso a non immischiare il mio battaglione nelle lotte politiche interne. Non era facile, perché ero militare e si pretendeva che obbedissi. Fui obbligato a lasciare la Spagna in netto contrasto col comunismo internazionale. Nella lotta di liberazione, appena rientrato in Italia, sorpresi Conti sostenendo, in un articolo de “La Voce repubblicana” dal titolo “Ritorno”, la necessità di una “concentrazione repubblicana” senza esclusione e discriminazioni. A quei tempi i comunisti civettavano col re e con Badoglio e la lotta per la repubblica era asperrima come si vide col “referendum”” che fu vinto di stretta misura. Tornai allora nelle grazie dei comunisti pur non partecipando al CNL.
Presi anche allora posizioni di punta come penso dovesse fare un repubblicano, in un Paese che non aveva ancora coscienza repubblicana o l’aveva molto confusa. Ma andando al governo nel 1947, come vice presidente del Consiglio all’ordine pubblico, dovevo fronteggiare il pericolo comunista e assumendo il dicastero della Difesa nel 1948 dovevo salvaguardare le forze armate, come feci con energia, dalla penetrazione comunista. Così divenni un’altra volta la bestia nera dei comunisti e da uomo di avanguardia come ero stato sempre considerato, divenni spregevole “uomo di destra”.  

Dopo la morte di Stalin, l’URSS sembrò subire un processo di liberalizzazione. Tutti guardammo con speranza al “disgelo” come lo chiamo il mio amico Eherembourg che durante la guerra di Spagna nelle sue corrispondenze dal fronte sui giornali sovietici mi faceva arrossire definendomi “ affascinante”, così come nei giornali americani Hemingway mi definisce “ beautiful in action”. Le illusioni della liberalizzazione del comunismo già fallite in Cina dopo il famoso discorso di Mao sui “cento fiori” fallirono anche nell’URSS quando Krusciov inviò i carri armati sovietici in Ungheria a schiacciare la rivoluzione ungherese. Negli atti della Camera si possono trovare duri interventi miei a commento di questi avvenimenti. Mi sono limitato a riprodurre in questo volume un contrastato intervento a proposito della bestiale aggressione contro il popolo ungherese. Nel 1961 la mia posizione nel partito Repubblicano era già difficile. Da una parte l’ecatombe dei governi mi aveva convinto della irrazionalità e debolezza del sistema, dall’altra io ero decisamente contrario alle nuove esperienze che già si discutevano e si preparavano di “centro – sinistra”, cioè la partecipazione dei socialisti al governo.
Mentre a Genova fui l’oratore ufficiale della spedizione garibaldina da Quarto al Volturno alla presenza di Segni, presidente della Repubblica il governo mi ignorò completamente nel centenario dell’unità d’Italia che solennizzò nel ’61 forse perché per i cattolici era troppo imbarazzante solennizzarlo nel ’70 per il ricordo di Porta Pia e della fine, almeno formale, del potere temporale dei Papi. Un socialista prampoliano, presidente dell’Ente del Turismo di reggio Emilia, mi invitò a celebrare l’anniversario nella sua città che nella repubblica cisalpina aveva per prima innalzato il tricolore, e un console italiano a Lugano, su suggerimento di Missiroli, mi invitò a tornare nella città del mio esilio per parlare degli svizzeri nel Risorgimento italiano. I due discorsi stenografati sono in questo volume. Nel 1963 dopo lunga e tribolata gestazione, Moro varò con Nenni il primo governo di centro-sinistra. Socialdemocratici e repubblicani vi aderirono. Io consideravo la svolta deleteria per il nostro Paese.
Non partecipavo già più alle riunioni della direzione e dei consigli nazionali del PRI. Vi andai alla vigilia della formazione del nuovo governo per dichiarare apertamente respinto discipline di partito e che avrei preso posizione contro il governo. Altrettanto fecero Scelba e Gonella, con un’altra quarantina di deputati, nel gruppo parlamentare democristiano. Paolo Rossi aveva garantito conforme atteggiamento di nove deputati socialdemocratici. Una cinquantina di deputati che si ribellavano alla disciplina di partito, avrebbero certamente fatto abortire l’esperienza fin dall’inizio, ma avrebbero anche creato serie difficoltà al regime partitocratico. La Costituzione garantisce la libertà dei parlamentari come rappresentanti della Nazione e non dei partiti, ma è anche questa una disposizione costituzionale che il regime partitocratico non ha mai rispettato come non ne rispettato molte altre. Contro l’”indisciplina” dei democristiani insorse pubblicamente il Vaticano.
Se Scelba, Gonella e altre decine di deputati osavano ribellarsi al loro partito non potevano fare altrettanto contro l’autorità ecclesiastica, benché non si trattasse, a proposito di potere temporale, di materia di fede. “L’Osservatore romano” mise in ginocchio i democristiani e scoraggiò i socialdemocratici. Così rimasi solo a parlare e votare contro il governo. Avevo superato ogni limite in un regime che era nato dalle lotte per la libertà. Dopo il mio discorso fu immediatamente proposta la mia espulsione dal partito per “indisciplina”. Questo discorso di cui sono molto fiero, si può leggere in questo libro. La misura era colma anche per me. Non avevo più bisogno di approfondire le cause della disfunzione di questa repubblica, e da allora impegnai tutto me stesso nella battaglia per una repubblica migliore.

Fondai un movimento per la “Nuova Repubblica”, dapprima con un ambizioso rotocalco “Folla” e poi con un settimanale di più modesto formato ma certamente più battagliero: “Nuova Repubblica”. In questo libro ho raccolto alcuni dei miei discorsi e scritti che mi sembrano più significativi. Sono tornato all’ “Adriano” venti anni dopo per svelare il dramma di coscienza di un repubblicano deluso. Ho usato la tribuna parlamentare come una catapulta contro l’oligarchia partitocratica. Naturalmente mi sono occupato anche di problemi specifici, dall’agricoltura all’università, all’ordinamento regionale, alla politica estera. Ho sferzato il governo e il regime nell’aula parlamentare, nelle piazze, nel mio giornale, in altri giornali, senza mezzi termini con un ardore combattivo che mi ha fatto dimenticare la mia tarda età. Ho dato naturalmente più spazio in questo volume a questi scritti e discorsi, ma riguardando panoramicamente le testimonianze delle lunghe battaglie della mia vita vi trovo con soddisfazione una fondamentale coerenza e non ho nulla da rinnegare. Sono stato sempre nelle trincee della libertà. I miei nemici sono stati sempre i nemici della libertà. Non mi fa certo molto piacere di averne molti, ma non ho mai esistato a pestare nel mucchio senza contarli.  
Questo secondo volume comincia coi miei discorsi da Madrid e finisce dunque con una grottesca accusa di cospirazione a Madrid. Ma proprio questa ingiustizia, proprio questa offesa mi ha fatto scoprire folle di amici antichi e nuovi. La congiura del silenzio, l’isolamento, sono stati spezzati. Interessandosi della persona, sono in molti ad avere scoperto per la prima volta le idee. Hanno scoperto che io dicevo ciò che gli italiani, o una grande parte degli italiani, pensavano. Perciò mi sono deciso a stampare questo secondo volume, dopo “Protagonisti grandi e piccoli” nel quale riferivo dei contatti avuti con le tante persone di ogni certo ed incarico, famose e sconosciute, nei decenni della mia attività, lusingandomi che qualcuno sia invogliato ad approfondire i temi oltre i ristretti limiti consentiti a articoli e discorsi.

Mi lusingo anche che i giovani vi trovino un incitamento all’azione. In fondo ho la coscienza di aver lavorato per loro. Randolfo Pacciardi 1975 “ Da Madrid a Madrid” Copyright by BARULLI Editore Roma