Indice
Sentieri repubblicani
Il seme Repubblicano
Giuseppe Mazzini
Giuseppe Garibaldi
L'eredità di Mazzini
Partito Repubblicano Italiano
Il P.R.I. in Parlamento: Gli uomini, i pensieri, le azioni
Randolfo Pacciardi
Casablanca
Pacciardi Parte II
Per una nuova Repubblica
Da Madrid a Madrid
Tutte le pagine

 

Bandiera PRI

Anche dopo aver costituito il partito politico, agli inizi la tattica dell’intransigenza repubblicana sembrò prevalere. Le vecchie motivazioni di ispirazione mazziniana , ossia gli intrighi della cospirazione., la lotta clandestina, la ininterrotta aspirazione risorgimentale di riunificare l’Italia tutta determinarono persino la prigione per tre dei cinque membri del primo Comitato Esecutivo. Il deputato De Andreis venne dichiarato decaduto dal mandato parlamentare per un reato sostanzialmente d’opinione, venne rieletto nel suo collegio con una alta percentuale di voti. Il partito repubblicano accrebbe il suo prestigio ed il proselitismo aumentò. In Alta Italia si ebbe un fenomeno elevato di discredito delle istituzioni persino nell’alta borghesia formata da commercianti, possidenti agrari e nuovo industriali. Il vecchio programma associazionistico mazziniano conobbe un alto grado di notorietà e di consensi, assommato alle rivendicazioni operaie e congiunto alla presa di coscienza dei diritti dei lavoratori.
Di questo periodo, nel nostro “Sentieri Repubblicani”, notevolmente emerge la figura di Eugenio Chiesa, parlamentare e dirigente del partito.

 

 

Eugenio Chiesa nasce a Milano il 18 novembre 1863. Fin dalla giovanissima età manifestò anche pubblicamente le sue idee repubblicane e nel 1895 fu uno dei padri fondatori del Partito. Nel 1895 fu costretto a fuggire all’estero in quanto ricercato dalle autorità istituzionali monarchiche in quanto definito sovversivo. L’anno seguente potè tornare a Milano, dove fondò il giornale: “ Il Crepuscolo”. Divenne consigliere comunale di Milano dove si distinse per le qualità oratorie e la precisione obbiettiva ed analitica degli interventi. Fu eletto la prima volta parlamentare nel 1904, per il collegio di Massa e Carrara in Toscana. Divenne il punto di riferimento dei repubblicani toscani, specie a Lucca. In Parlamento fu epocale il suo intervento in difesa della moralità quando scoppiò uno scandalo alla Borsa di Genova nel 1907. Sottoscrisse la proposta di legge Bissolati, attraverso la quale si voleva regolare l’insegnamento della Religione nelle scuole pubbliche italiane ( 1908). L’anno successivo memorabile fu l’intervento contro le lobbyes delle compagnie di Assicurazione di cui chiese un monitoraggio ed un maggior controllo da parte delle istituzioni preposte. Fu un tenace oppositore della guerra in Libia; ma sulla Prima Guerra mondiale il suo atteggiamento fu coerente con la tradizione mazziniana e garibaldina. Se pur in tarda età chiese di essere arruolato ed inviato al fronte. Encomiabile la sua eterna battaglia a favore della libertà di pensiero e di espressione. Affiliato al Grande Oriente d’Italia, durante la violentissima campagna condotta dai fascisti e dai clericali contro la Massoneria ebbe il coraggio di uscire allo scoperto inviando una lettera al Ministro di Grazia e Giustizia per sapere se mai fosse stata emanata qualche norma che impediva ai liberi cittadini di aderire alla istituzione dei Liberi Muratori. Fu uno dei più severi avversari di Mussolini e del fascismo. Nel 1925 venne dato alla stampa un suo opuscolo, intitolato “ La mano nel sacco” nel quale comprovò con fatti e riscontri chi aveva sovvenzionato la Marcia su Roma, dagli agrari agli industriali, dai cattolici agli ebrei, compresi anche alcuni alti gradi massonici. Nel 1926 la sua abitazione venne incendiata dalle Camice Nere ed egli fu costretto di nuovo all’esilio. Nel 1927, quando il Partito Repubblicano Italiano venne ricostituito in Francia e in Svizzera, egli ne fu chiamato alla direzione. Si impegnò anche ad aiutare altri esuli anti fascisti repubblicani e non solo tra i quali giova ricordare Randolfo Pacciardi e Sandro Pertini. Alla sua morte, avvenuta in un paese della Normandia, dove viveva in miseria, nel 1930, buona parte dell’antifascismo italiano in esilio, compreso molti fratelli massoni, parteciparono ai solenni funerali.

Per i repubblicani di inizio novecento l’attuazione di un programma di pace e di libertà presupponeva la rinuncia alla politica di iniziativa e di audacia, elementi non disuniti nell’irredentismo, utile al completamento dell’unità. L’irredentismo rappresentava un motivo di turbamento e di inquietudine e riportava alle alleanze dei poli contro quelle dei troni. Nell’Italia di allora nelle manifestazioni irredentistiche di piazza gli stessi organizzatori, per la gran parte sia da destra che di sinistra veterani del repubblicanesimo mazziniano, da Depretis a Minghetti, possibilisti nei confronti della monarchia o intransigenti verso quella forma istituzionale, sentivano un turbamento della loro politica, una minaccia alla loro azione, a tutto vantaggio dei reazionari e dei conservatori, lieti di poter sfruttare qualunque occasione pur di indebolire gli istituti portanti del Paese, pur di paralizzare l’evoluzione e l’ascesa democratica e popolare.
Gli studi sulla storia del movimento repubblicano in Italia, consentiti, se pur poco aiutati durante gli ottanta anni di monarchia sabauda, le due guerre mondiali comprese, ebbero un momento di intensità solo con l’ingresso in politica del professore universitario, nonché giornalista, Giovanni Spadolini. Decine di volumi con la sua firma, centinaia di articoli di giornale sono stati dedicati alla storia del movimento repubblicano mazziniano, ed anche di quello federalista o azionista, confermando la ricchezza e la vivacità delle argomentazioni. Dallo studioso fiorentino, eminente studioso e direttore di giornali, viene messo in risalto in questi suoi lavori, in gran parte pubblicati dall’editore fiorentino Le Monnier nei primi anni ottanta dello scorso secolo, ai quali rimandiamo chi volesse approfondire queste tracce, la complessità del dibattito politico di cui il repubblicanesimo italiano è sempre stato indiscusso protagonista; dibattito anche culturale, tenuto acceso per più di un secolo dagli uomini migliori della democrazia laica post risorgimentale. Noi ci sentiamo in obbligo di concentrare la nostra attenzione su alcune figure di particolare interesse, a cominciare da Giovanni Conti.
Nasce a Montegranaro, Marche, oggi provincia di Fermo, il 17 Novembre 1882. Nato da famiglia di origini modeste ( il padre era un artigiano), fin da giovanissimo si impegnò nelle file del Partito Repubblicano Italiano, che era stato costituito nel 1895. Con l’aiuto della famiglia e di altri parenti riuscì a proseguire gli studi fino alla laurea in giurisprudenza nel 1912, In quello stesso anno trovò i mezzi per recarsi a Roma ed
aprire uno studio di avvocato. Per le doti e le qualità dimostrate entrò nella Direzione Nazionale del Partito, iniziando così una attività politica che lo vedrà fino alla fine sempre più protagonista della politica nazionale.
Schieratosi con gli interventisti fece il suo dovere di soldato combattente, tornando dal fronte nel 1918 con il grado di sottotenente, guadagnato sul campo di battaglia.
Fu tra i fondatori e i redattori del neonato La Voce Repubblicana, quotidiano di cui assunse la direzione fino al 1922, chiuso dalla censura fascista. Si adoperò allora, indomito, dando alle stampe un altro periodico: “ Vigilia”. Fu anche eletto deputato per il Partito e nel parlamento si distinse per la critica al nascente regime.
A causa della sua forte opposizione al fascismo fu posto sotto controllo delle camice nere. Fatto decadere come parlamentare, nel 1926 divenne sorvegliato speciale sotto il diretto controllo del servizio segreto agli ordini di Mussolini, l’OVRA. Verso il 1929 subì la radiazione dall’Albo professionale forense e si trovò costretto per vivere a trovare lavoretti di copisteria e dattilografia.
Caduto il fascismo e restaurata la democrazia venne subito ingaggiato dai Comitati di Liberazione Nazionale, con i quali collaborò fin da subito sia per il referendum, poi vinto, che istaurò la repubblica, che nella Consulta, dove si distinse per la stesura della carta Costituzionale. Nel 1948 divenne senatore a vita.
Il Partito repubblicano Italiano e il suo organo ufficiale, La Voce Repubblicana, da sempre lo considerano una delle colonne portanti dell’intera storia nazionale.
Morì a Roma nel 1957.

 

Bovio, Colajanni, Chiesa, Conti, sono tra gli uomini che più si sono distinti nelle attività del partito repubblicano, ma naturalmente non sono i soli. Dopo la morte di Giuseppe Mazzini, avvenuta nel 1872, a cui avevano fatto seguito manifestazioni di avversione alla monarchia che erano costate posti di lavoro e qualche giorno di carcere ai dimostranti più agguerriti, in molte località italiane e non solo, le varie fazioni repubblicane avevano cercato di confrontarsi nelle più svariate forme; molti avevano abbracciato la causa socialista ed altri erano passati a collaborare con la monarchia, convinti che solo facendo causa comune le cose si sarebbero messe per il verso giusto. Quando, dopo i Patti di Fratellanza e le aggregazioni nei movimenti cooperativi, i repubblicani decisero di rinunciare alla lotta armata, organizzandosi in Partito della Sinistra democratica, laica e popolare, sotto il simbolo dell’edera, portando le istanze che volevano rappresentare nelle tribune istituzionali delle Camere legislative e nelle amministrazioni periferiche, molti altri uomini legarono le loro sorti e il loro nome alla storia del Partito.
Salvatore Barzilai, romano, Luigi De Andreis di Ravenna, Italo Pozzato di Rovigo, Ubaldo Comandini di Cesena, Angelo Battelli di Urbino, Rodolfo Rispoli di Castellammare di Stabia, Luigi Saraceni di Castrovillari, Cino Macrelli di Bologna, Il veneto Cipriano Facchinetti ed il marchigiano Alfredo Morea sono tra coloro che hanno inciso con maggior vigore il loro nome nell’albo d’oro del Partito, fino alla seconda meta degli anni venti del ventesimo secolo, allorchè la violenza fascista degli uomini di Mussolini buttò la democrazia alle ortiche. L’attento lettore di queste note bene farebbe a tenere in memoria questi nomi e magari spendere qualche momento di tempo presso una biblioteca, cercando su numerosi documenti storici a disposizione, oggi coperti da fastidiosa polvere di archivio, al fine di conoscere il contributo da quei valorosi uomini politici portato alle istituzioni ed alla democrazia.
Tra tutti, però, uno è quello che sovrasta gli altri e si innalza maestoso, gigante; del mazzineanesimo repubblicano italiano il più grande: Randolfo Pacciardi.